giovedì 19 marzo 2026

EZIA DI CAPUA intervista Stefania Giorgia Butti, regista di "La Bohème" - Produzione del CORO LIRICO LA SPEZIA al Teatro Civico della Spezia SABATO 23 maggio ore 21

Stefania Giorgia Butti - Regista

LE INTERVISTE DIETRO AL SIPARIO a cura di Ezia Di Capua


"Sette stagioni di grande lirica: il Coro Lirico La Spezia affida la sua nuova Bohème alla regista Stefania Giorgia Butti"

Esiste un filo rosso che collega il rigore del teatro barocco alla vitalità del verismo, la disciplina del canto lirico alla fisicità della pedagogia di Jacques Lecoq. Questo filo è stretto saldamente nelle mani di Stefania Giorgia Butti, artista poliedrica la cui carriera sembra muoversi con la precisione di un metronomo e la passione di un’aria pucciniana. Formatasi alla Civica Scuola di Musica "Claudio Abbado" e specializzatasi in Regia d’Opera al Teatro Coccia sotto la guida di Deda Cristina Colonna, la Butti appartiene a una nuova generazione di registi capaci di integrare visione artistica, competenza organizzativa (affinata alla Berlin Opera Academy) e sensibilità pedagogica (come formatrice ASLICO). Già Mimì sul palco del Teatro Lirico di Milano e futura firma di una Turandot internazionale che toccherà USA e Asia nel 2026, Stefania Giorgia Butti porta al Teatro Civico una Bohème che promette di essere, prima di tutto, un’esperienza di profonda verità umana.

L’INTERVISTA

Regista, ma con un passato (e un presente) da soprano. Stefania hai interpretato il ruolo di Mimì al Teatro Lirico di Milano. In che modo aver "abitato" fisicamente e vocalmente questo personaggio influenza il tuo modo di dirigerlo oggi?

Sono davvero onorata della collaborazione con il Coro Lirico La Spezia e della possibilità di riprendere in mano La Bohème, questa volta con uno sguardo dall’esterno come regista. Conoscere questa meravigliosa opera partendo dalla musica e dal personaggio di Mimì è qualcosa di immensamente speciale. Averla vissuta dall’interno, respirandone ogni sfumatura emotiva e vocale, mi permette oggi di affrontarla con una consapevolezza più profonda, empatizzando con le sue fragilità, ma conoscendo anche la sua forza. Questo sicuramente mi aiuta poi nel guidare gli interpreti, entrando nelle loro difficoltà e accompagnandoli in modo concreto verso una direzione per loro il più possibile vera ed efficace.

"Il TeatroCivico della Spezia è un gioiello di architettura storica che impone un dialogo serrato tra palcoscenico e platea. Qual è il cuore della sua visione per questo specifico allestimento spezzino e come inviteresti la città a riscoprire una Bohème che, sotto la tua regia, promette di essere tanto rigorosa quanto profondamente umana?"

Mi piace immaginare i nostri Bohémienne come personaggi di un dipinto impressionista, ognuno definito da pennellate di colore e tratteggio diverso che ne descrive la propria interiorità e viaggio personale. Come nella vita vera, ognuno viaggia solo, ma sono gli incontri e le relazioni che costruiamo sul cammino a plasmarci come esseri umani. I personaggi de La Bohème sono giovanissimi, si affacciano quasi disarmati su un mondo complesso, vivono alla ricerca della libera espressione di sì stessi rifiutando i valori materiali come fine ultimo della vita, ma subiscono le dure conseguenze reali della povertà. Nella mia lettura dell’opera, sono proprio i pochi oggetti materici in loro possesso a rivelare l’interiorità dei personaggi. Ogni protagonista è legato a uno o più oggetti che non hanno mai un valore semplicemente materiale o consumistico, ma custodiscono memorie, affetti e relazioni. Sono tracce vive del loro mondo emotivo. Basti pensare alla cuffietta rosa che unisce Mimì e Rodolfo, o alla vecchia zimarra di Colline a cui Puccini affida un’intera aria: non è un dettaglio casuale, ma un gesto profondamente narrativo. In questi oggetti si concentra ciò che i personaggi sono stati e ciò che provano. Quando il destino bussa, non sono gli oggetti accumulati a darci gioia, ma il calore delle relazioni. È come un trasloco emotivo: le stanze del cuore si svuotano, il superfluo svanisce e resta solo l’essenziale, il senso autentico del nostro viaggio. E lì, nonostante il dolore, in quell’abbraccio si rinasce.

Questa produzione celebra la settima stagione dell’Associazione Coro Lirico La Spezia al Teatro Civico, che ripropone La Bohème dopo undici anni . Cosa stupirà maggiormente il pubblico spezzino in questa nuova edizione rispetto quella prodotta nel 2014 e alla tradizione?

Ogni allestimento nasce da uno sguardo diverso, e ogni produzione è speciale a modo suo. Tengo molto a rispettare il testo e la drammaturgia, e mi piace lavorare sulle sfumature dello spartito per capire davvero cosa compositore e librettisti volessero raccontare. In questa produzione l’ambientazione e i costumi saranno tradizionali, ma cercherò di esprimere questo senso di “materialismo simbolico” e di “trasloco emotivo” attraverso un particolare uso dell’attrezzeria e degli oggetti di scena. L’obbiettivo è quello di restare fedeli alla tradizione, ma con uno sguardo personale e simbolico coerente con la drammaturgia.

C’è un dettaglio della partitura che da cantante ti sembrava un ostacolo e che da regista è diventato invece una chiave di lettura?

Devo ammettere che sia come cantante che come regista, ho sempre trovato molto sfidante l’approccio con il Terzo Quadro. Da interprete è un momento molto intenso da un punto di vista tecnico ed emotivo: siamo già oltre metà dell’opera e serve gestire bene le energie, mentre il lato più drammatico di Mimì emerge con forza. Dal punto di vista registico, invece, il ritmo cambia rispetto alla vivacità del Secondo Quadro: diventa più raccolto, ma la tensione deve restare viva, perché qui si entra nel cuore della vicenda con il peggioramento della malattia di Mimì. Per questo motivo è importante lavorare con attenzione sulle motivazioni dei personaggi e sulle intenzioni che guidano le loro scelte, così da rendere tutto il più possibile credibile e coinvolgente.

La tua formazione vanta lo studio sulla maschera neutra con Kuniaki Ida, secondo la pedagogia di Jacques Lecoq. La Bohème è un’opera fatta di piccoli gesti e relazioni serrate: come hai tradotto la "consapevolezza del corpo" in una soffitta dove il freddo e la fame devono diventare azioni fisiche reali e non solo convenzioni teatrali?

Il lavoro sulla maschera neutra di Lecoq permette di entrare in contatto con le emozioni attraverso il corpo, prima ancora che attraverso il volto, che spesso rischia di cadere in espressioni stereotipate. Da qui nasce una ricerca di movimenti che siano al tempo stesso funzionali alla scena e autentici, lontani dal cliché. Nel lavoro in palcoscenico con gli artisti cerco di proporre una mia visione, ma anche di lasciare spazio all’ascolto: le loro esigenze e la loro idea del personaggio sono fondamentali. L’obiettivo è costruire insieme un’espressione credibile, che nasca dal testo e dalle intenzioni profonde dei personaggi.

Un punto centrale del tuo percorso è il Master con Deda Cristina Colonna, maestra della gestualità barocca. In un’opera così viscerale come quella pucciniana, quanto ti serve quel rigore formale per "pulire" la scena dagli eccessi del melodramma e arrivare alla "verità interpretativa" che hai approfondito con Pietro De Pascalis?

Gli studi con Deda Cristina Colonna sono stati fondamentali per la mia formazione: ho la fortuna di poterla chiamare Maestra ed è da lei che ho imparato molto del mio approccio. Insieme abbiamo approfondito l’importanza dello spazio, della profondità scenica e sicuramente abbiamo in comune un gusto e una visione di teatro simbolico e contemporaneo, aperto alla sperimentazione, ma sempre nel rispetto del testo. Con Pietro De Pascalis, invece, ho lavorato soprattutto sulla presenza in scena: sul riuscire a stare in palcoscenico in modo autentico, senza pregiudizi, imparando davvero a lasciarsi guardare. In entrambi i percorsi, il punto di incontro è la centralità del corpo e della relazione con gli altri: è da lì che nasce una narrazione viva, capace di restare nel qui e ora e di arrivare a una verità espressiva.

Il tuo futuro prossimo è segnato da una Turandot globale tra Italia, Stati Uniti e Asia nel 2026. Approcciarsi oggi all’intimità di Bohème in uno spazio storico come il Teatro Civico della Spezia rappresenta per te un esercizio di introspezione o una sfida per sottrazione, in attesa delle grandi masse del repertorio tardo-pucciniano?

Non si tratta di sottrazione, ma di un uso diverso dello spazio scenico. A La Spezia il palcoscenico del Teatro Civico è più intimo e compatto: qui la vicinanza tra artisti e pubblico permette di concentrarsi sulle sfumature, sui dettagli, sulla tensione emotiva, e di far emergere con più delicatezza le relazioni e i legami tra i personaggi. Turandot è invece per antonomasia un’opera legata al macro e alle grandi masse, in particolare in Corea e in Cina dove il palcoscenico è molto ampio ho dovuto lavorare molto sull’apertura delle scene, sull’impatto visivo e sulla forza collettiva, senza però perdere di vista l’interiorità dei personaggi. La regia che porto avanti con la mia collega e co-regista Livia Lanno è volta ad osservare e immaginare un viaggio interiore del protagonista Calaf, alla ricerca dell’accettazione e cura di un trauma irrisolto e quindi indirizzato alla sua evoluzione emotiva e psicologica. In questo senso affrontare La Bohème oggi è per me un segno di continuità: cambiano le dimensioni dello spazio scenico, ma l’obiettivo resta lo stesso, quello di raccontare storie con profondità emotiva, verità psicologica e autenticità interpretativa, a prescindere dalla grandezza del palcoscenico.

Avendo firmato lavori come Juliette e opere contemporanee, quale aspetto della struttura drammaturgica di Puccini trovi ancora oggi rivoluzionario? C’è un sottotesto nel libretto di Illica e Giacosa che hai deciso di illuminare per parlare al pubblico del 2026?

Credo che La Bohème parli ancora tantissimo ai giovani di oggi, in particolar modo ai Millenial e alla Gen Z, generazioni che hanno vissuto molte difficoltà nel loro affacciarsi al mondo degli adulti e che spesso si trovano a vivere una condizione di precarietà anche dopo i trent’anni, ma che continuano comunque a modo loro ad essere sognatori. Trovo rivoluzionaria proprio la scelta di Puccini di partire da un testo che racconta “Scene della vita di Bohème”, qui non ci sono più grandi eroi o vicende lontane, ma frammenti di vita semplice e quotidiana. In questo senso, il sottotesto che mi interessa far emergere è proprio questa umanità semplice e fragile, molto vicina a noi, con il loro bisogno di amare, di trovare il proprio posto nel mondo, di resistere anche quando le condizioni non sono facili. È qualcosa che, secondo me, il pubblico di oggi può riconoscere immediatamente sulla propria pelle.

Come formatrice per i progetti Opera Domani di ASLICO, tu educhi i più giovani al linguaggio operistico. Se dovessi sintetizzare l'essenza di questa produzione per un ragazzo che entra a teatro per la prima volta, su quale "emozione universale" punteresti la sua lente d'ingrandimento?

Direi loro che è difficile racchiudere quest’opera in una sola emozione, ma se dovessi scegliere una lente attraverso cui guardarla, indicherei la speranza. È la stessa speranza che Rodolfo canta nella sua aria, una fiducia fragile ma ostinata nella vita, nell’amore, nel futuro. Oggi, in tempi complessi, è facile perdere questa qualità tipica della gioventù e lasciarsi scivolare nel cinismo. La Bohème non nasconde il dolore, ci parla di povertà, malattia, perdita e ci ricorda che la sofferenza fa parte della vita, sta a noi provare a tenere accesa la nostra scintilla. In fondo, è questo quello che fanno l’opera lirica, il teatro e l’arte: ci aiutano a restare vivi nonostante il grigiore della realtà.

Hai un sassolino nella scarpa?

Nessun sassolino, solo tanta voglia di continuare a sperimentare ed emozionarmi ogni volta che il sipario si alza su un nuovo spettacolo.

Testo di Ezia Di Capua – Vice Presidente dell'Ass.ne Coro Lirico La Spezia

Intervista concessa in esclusiva a Ezia Di Capua per Sala CarGia' Galleria d'arte per la pubblicazione integrale nel BLOG © Sala CarGià Blog http://salacargia.blogspot.com, e parziale pubblicazione su quotidiani online e organi di stampa - ogni diritto è riservato.


PROFILO DELLA REGISTA STEFANIA GIORGIA BUTTI

Stefania Giorgia Butti è una regista d'opera che ha costruito la propria identità artistica fondendo una solida formazione musicale come soprano a una ricerca teatrale profonda. Dopo essersi diplomata in canto lirico alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado e aver conseguito un master in regia al Teatro Coccia di Novara, ha perfezionato il suo approccio scenico attraverso lo studio della maschera neutra di Lecoq e il training sulla verità interpretativa. Questa doppia anima di cantante e regista le permette di coniugare il rigore musicale con un'attenzione particolare al corpo e alla drammaturgia. Il suo percorso professionale spazia dalle produzioni contemporanee ai grandi classici del repertorio. Ha debuttato nel 2023 con Juliette, per poi firmare diversi titoli per il Teatro Coccia, tra cui Artemisia Gentileschi. La sua carriera ha preso una dimensione internazionale grazie al sodalizio con Livia Lanno, insieme alla quale ha vinto il concorso T4T che la porterà a dirigere Turandot in una tournée mondiale tra Italia, Stati Uniti, Corea del Sud e Cina nel 2026. Nello stesso anno curerà inoltre il progetto Orobea legato alle Olimpiadi Milano-Cortina. Oltre all'attività registica e alle significative esperienze come assistente per registi di chiara fama, mantiene un forte impegno in ambito pedagogico come formatrice per i progetti di Opera Domani con AsLiCo. La sua visione artistica è costantemente alimentata dalla sua esperienza di interprete, che l'ha vista calcare palcoscenici prestigiosi come il Teatro Lirico di Milano, il Teatro Grande di Brescia e il Malibran di Venezia, garantendole una gestione efficace del lavoro collettivo e una profonda comprensione delle dinamiche del palcoscenico.

INFO E BIGLIETTERIA

  • Opera: La Bohème di G. Puccini (Integrale - 4 Atti)

  • Produzione: Associazione Coro Lirico La Spezia

  • Patrocini: Regione Liguria, Comune della Spezia

  • Dove: Teatro Civico della Spezia

  • Quando: 23 Maggio 2026

  • Biglietti: Disponibili presso il Botteghino del Teatro o sui circuiti online autorizzati.


Informazioni e Biglietteria

L'appuntamento con la poesia di Puccini è per il 23 maggio al Teatro Civico della Spezia.

Nota Bene: I biglietti per lo spettacolo non sono ancora in vendita. Sarà possibile acquistarli prossimamente presso i canali ufficiali del Teatro.

Contatti Botteghino Teatro Civico (Ingresso da Corso Cavour, 20

  • Orari: dal lunedì al sabato ore 9:00-12:30; il mercoledì anche dalle 16:00 alle 19:00.

  • Telefono: 0187 727 521

  • Email: teatrocivico.botteghino@comune.sp.it

Online (prossimamente): biglietti.teatrocivico.it

Autor Profile - Ezia Di Capua  Critico d'Arti Visive e Storica dell'Arte.Operatore culturale e Curatrice di arte contemporanea, dal 2010 è la mente e l'anima di Sala CarGià – Galleria d’Arte a San Terenzo, di cui è Direttrice. Pittrice, vincitrice di molti concorsi. In oltre quindici anni di attività nel Golfo dei Poeti, ha ideato e condotto innumerevoli eventi artistici, affermandosi come figura di riferimento per la promozione culturale del territorio. È l'ideatrice del © Sala CarGià Blog, magazine online di arte, cultura e spettacolo. La sua poliedrica formazione spazia dalle arti plastiche e pittoriche alla scenografia teatrale (recentemente ha firmato le scene dipinte per La Bohème e La Traviata 2025), fino alla scrittura: nel 2011 ha pubblicato il volume “La Misura Dell'Amore”. Dal 2018 Vice Presidente dell'Ass.ne Coro Lirico La Spezia - Dal 2013 ricopre ruoli di primo piano nella produzione operistica e nella comunicazione artistica, curando progetti internazionali di scambio culturale, tra cui la messa in scena de “L’Elisir d’Amore” a Tokyo e Osaka. Esperta di semiologia e ricercatrice indipendente, affianca alla critica d'arte una profonda attività di studio e osservazione della Lunigiana storica e preistorica a cui sta dedicando la scrittura di un libro .

PROMOZIONE D'ARTE CULTURA E SPETTACOLO 2011-2026
a cura di Ezia Di Capua

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