lunedì 3 dicembre 2012

RINO MORDACCI: " UNO SCULTORE CHE PARLA AL CUORE " - del critico d'arte Valerio P. Cremolini


Nei prossimi giorni sarà disponibile il catalogo edito in occasione della retrospettiva dedicata allo scultore Rino Mordacci, tutt'ora visitabile al Museo Diocesano della Spezia. Ospitiamo con piacere il testo di Valerio P.Cremolini, intitolato “Uno scultore che parla al cuore”.

Non senza timore ho avuto il piacere di curare con Pier Luigi Acerbi, confortato dal significativo apporto collaborativo di don Italo Sommi e don Cesare Giani, la mostra dedicata allo scultore Rino Mordacci (1912-2012) nel centenario della nascita. Era un dovere verso questo artista ricordarlo degnamente con un’esposizione, insistentemente sollecitata da don Sommi, principale ed entusiasta patrocinatore di questo evento artistico.
Mordacci, i cui inizi risalgono agli anni trenta sotto l’esperta guida di Enrico Carmassi, avrebbe certamente meritato di più, ma lo spazio limitato del pur autorevole presidio museale di via del Prione 156 ha imposto di proporre una minor quantità di opere, effettuando una non facile scelta tra la sua vastissima produzione scultorea. La diffusa presenza di sculture di Mordacci in numerose chiese, edifici pubblici e collezioni private lo colloca sicuramente tra gli artisti più noti ed amati della Spezia, la sua città dove fu protagonista, tra l’altro, di qualificate personali proposte dalla Galleria Mazzoni nel 1953, nel 1957 e nel 1960, dalla Galleria Adel di Attilio Del Santo nel 1956, sino all’antologica del 1981 nell’Auditorium della Cattedrale di Cristo Re, promossa dall’Unione Cattolica Artisti Italiani. Ancora da menzionare sono le successive personali al Pomarancio di Sarzana nel 1984, nella Pinacoteca di Vezzano Ligure nel 1986, nell’Oratorio S.Antonio a Bolano nel 1987 e 1995 e nel Palazzo Comunale di Pignone nel 1994. Inoltre, vanno interpretati come significativi riconoscimenti all’attività di Mordacci le partecipazioni ad esposizioni di prestigio, quali la Mostra Nazionale di Napoli nel 1937, quella di Palermo nel 1938, di Trieste nel 1939, la VII Quadriennale di Roma nel 1955, le Rassegne nazionali di Vado Ligure nel 1951 e 1954, il Premio Internazionale Città di Carrara nel 1957, il Premio Suzzara nel 1958 e 1960, la III Biennale d’Arte Sacra a Bologna nel 1958, la Mostra Internazionale d’Arte Sacra di Novara nel 1959 e il Premio Vallombrosa nel 1959 e 1960.
Lo scultore Rino Mordacci mentre rifinisce
la statua di Padre Pio in gesso 1994 
Il legno è stato indubbiamente il materiale prediletto dallo scultore, che ha contraddistinto il suo linguaggio non visionario sapendo offrire, inoltre, maiuscole prove anche nella lavorazione del gesso, del cemento, nella fusione in bronzo e nell’espressiva incisione di coppi ed embrici. A proposito del vasto repertorio di sculture lignee, fu particolarmente lusinghiero il giudizio espresso dallo storico Enzo Carli, il quale in uno scambio epistolare non ebbe titubanza nel riconoscere in Mordacci “un maestro dei nostri giorni”. Come si legge nel pieghevole che annuncia questa retrospettiva Mordacci ha saputo creare “forme scultoree di compiuta bellezza che sanno parlare di una realtà sospesa tra fantasia e tradizione. Attraverso il bulino e la sgorbia egli ha fatto rivivere il mondo degli umili”. 
Inquietudine e calma, affanno e speranza si percepiscono nell’ampio ed apprezzabile progetto scultoreo di Mordacci, “uomo ed artista pieno di risorse, sincero e pulito”. È un progetto convincente che parla al cuore e che induce ad avviare un dialogo su importanti temi, quali il lavoro, la maternità, la famiglia, il dolore, la pace, la bellezza e la fede. Insomma, attraverso l’arte essere stimolati ad amare sempre più e meglio la vita.Valori che alimentano fiducia ed ottimismo, rinnovamento e pienezza di vita, così come traspare dalla sottile figuratività degli antichi embrici, non presenti nella mostra, che si consegnano, con una imperitura modernità, agli archivi del XX secolo. Certe linee essenziali, certi ritmi chiusi cosparsi di una luce pacata e sommessa, riportano la mente a lontanissime civiltà. È un’eredità dell’antico da ritenere una caratteristica avvincente ed affascinante della meditata e serena ricerca di Rino Mordacci. Ricerca palpitante, non evasiva, ma strettamente aderente alla realtà.

Museo Diocesano - La Spezia
Le opere di Mordacci
Don Sommi, ricorda  opportunamente l’amico scultore “come uomo onesto e artista avveduto che ha esternato il suo animo artistico al servizio di una committenza che si fidava di lui, perché uomo ed artista pieno di risorse, sincero e pulito che difende il suo onore professionale con dignità e misura”. Mordacci, in effetti, ha lavorato senza sosta per tutta la sua lunga esistenza, ricercando, anche quando è approdato ad una personale e misurata deformazione,  la migliore armonia nella modellazione, che in ogni occasione si presenta al nostro sguardo con un alto livello di comunicativa e di leggibilità. Quanto alla sua fecondità creativa, pur nell’avanzare degli anni non è mai venuta meno. Tangibile prova di ciò è l’intero arredo liturgico della chiesa di Sant’Anna al Felettino con il suo portale, solennemente inaugurato nel luglio del 2002, nel quale diciotto pannelli bronzei raccontano duemila anni di storia cristiana. Quasi novantenne Mordacci viveva la scultura con la vocazione e la freschezza ideativa di un giovane artista.
La retrospettiva, che si sviluppa in cinquanta lavori riferiti a vari decenni del secolo scorso, dalla Pietà del 1935 agli Apostoli del 1997, mette in luce da un lato il forte legame con la classicità e dall’altro l’impulso a concretizzare una maggiore libertà operativa, mai inseguita con affanno.

Museo Diocesano - La Spezia
Le opere di Mordacci 
Questa mostra è auspicabile che susciti interesse, confermando l’ammirazione raccolta da Mordacci lungo i decenni di laboriosa professione, accompagnata dal lusinghiero giudizio di più studiosi, tutti d’accordo nel commentare favorevolmente la feconda relazione fra l’artista e l’amato legno, da cui lo scultore ha conseguito esiti espressivi di notevole efficacia. Ma, precisa Marzia Ratti “la continuità con la tradizione era un punto davvero centrale del suo modo di operare, attualizzata con la ricerca approfondita sulle potenzialità espressive dei materiali”.L’espressività, talvolta vigorosa e in altre occasioni volutamente moderata, riflette sia l’autorevole padronanza tecnica sia l’indiscutibile chiarezza di ideali che ha sempre sostenuto l’impegno nell’arte di Mordacci. Perseverante e scrupoloso costruttore di bellezza, lo scultore è stato destinatario come gli artisti più sensibili, riprendendo un pensiero dalla “Lettera agli artisti” di Giovanni Paolo II, “di una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello”.
Museo Diocesano - La Spezia
Le opere di Mordacci
La scultura è arte difficile, insidiosa, ingannevole, bisognosa d’ininterrotto impegno nella fase ideativa e in quella esecutiva allorché si concretizzano e s’inverano le forme dalla cui lettura si colgono i messaggi segretamente custoditi  nella materia lavorata. Così, prendono corpo commoventi Maternità, raffinate figure femminili, busti, ritratti, drammatiche ed efficacissime composizioni sacre ed altri suggestivi modelli scultorei. Trapassati da una giovane e fresca linfa costituiscono un insieme che si eleva a simbolo di bellezza, di afflato umano e di segno di speranza.
Altrettanto impegnativa è la tecnica xilografica, tanto partecipe della storia artistica della Spezia grazie alla più che trentennale stagione della rassegna L’Eroica, fondata da Ettore Cozzani e Franco Oliva, che ha lungamente appassionato Mordacci. Ferruccio Battolini, più volte a lui vicinissimo anche nelle mostre del gruppo La Spezia, tenuto a battesimo a Lugano (Galleria Giardino) nel 1959, comprendente con Mordacci, Carlo C. Datola, Carlo Giovannoni e Angelo Prini, lo considerava con avvedutezza “uno xilografo che ha forte il senso dell’intaglio e del risparmio grafico, che sa unire gentilezza e vigore, prontezza e riflessione”.
La testimonianza scultorea di Mordacci dà luce alla tradizione spezzina, che annovera stimatissime figure, quali Angiolo Del Santo, il già citato Enrico Carmassi, Arduino Ambrosini, Italo Bernardini, Augusto Magli, Guglielmo Carro, Carlo Giovannoni, Manlio Argenti, Giancarlo Calcagno, Ebrefe Marconi, Pineta Giachino, Lia Godano, senza trascurare le considerevoli vicende artistiche di Carlo Fontana, nativo di Carrara ma sarzanese d’adozione, e di Berto Lardera, residente a Parigi dal 1947, la cui statura ha raggiunto dimensioni internazionali. Forse, questa mostra, e sarà anch’esso un risultato positivo, stimolerà i visitatori a riscoprire e riflettere sia sul lavoro di Rino Mordacci sia su quello di tanti suoi lodati colleghi, compresi quelli di generazioni successive che onorano l’arte  e la nostra città. 


Valerio P.Cremolini

lunedì 26 novembre 2012

LA TRADIZIONE DEI LIBRAI PONTREMOLESI - di Giuseppe Benelli Presidente dell'Accademia Lunigianese di Scienze " G. Capellini " - La Spezia


Giuseppe Benelli
Presidente dell'Accademia Lunigianese
di Scienze " Giovanni Capellini " La Spezia
Nel «Corriere Aprano» del 1962, Giovanni Petronilli ricorda alla Spezia i librai di Montereggio: «Sono fratello e sorella. […] Discendono   da   una   ormai storica stirpe di librai che, originaria di tre paesi contigui sperduti nell’alto appennino allargò le sue propaggini un po’ ovunque. Nonostante il trasferimento da tante de­cine d’anni nella più vicina città di mare, vestono ancora come i loro avi, che trascor­revano la vita in case povere e affumicate come quella, ri­dotta ad un’unica stanza, cui i due si sono, forse da sem­pre, assoggettati». «A un passo da casa hanno una bancarella con libri usa­ti, logori scaduti, ebdomada­ri: roba acquistata da stu­denti, da pensionati o da chi ha bisogno di qualche spic­ciolo, e rivenduta con un margine di guadagno suffi­ciente alle loro scarse esigen­ze»[1].
Mentre gli ambulanti d’ogni parte d’Italia vendevano di paese in paese chincaglierie, monili per ornamento alle ragazze, madonnine, santi e corone del rosario, i “pontremolesi” portavano nella loro gerla di cascinale in cascinale soprattutto libri[2]. «Questa è la terra dove si nasce librai. — scrive nel 1952 Oriana Fallaci — A Montereggio e a Parana è difficile che la gente sappia leggere e scrivere; non ci sono che pecore e castagni e si vive mangiando formaggio e polenta dolce, nell’attesa che l’inverno diventi primavera e l’estate autunno, così da un anno all’altro. Eppure ogni casa di Montereggio è piena di libri intonsi; e ad ogni stagione c’è un pastore che lascia il villaggio e va per il mondo a fare il libraio. La storia dei pastori librai della Lunigiana si perde nel tempo»[3].
Dall’alta val di Magra, terra di confine tra più regioni, sono partiti tanti lunigianesi che, trascinati dal fascino dell’avventura, hanno percorso le strade del mondo come venditori ambulanti di libri. Alfredo Panzini nel suo Dizionario Moderno (1905), alla voce “Pontremolese” scrive: «Da Pontremoli. Al plurale, venditori ambulanti di libri. Sotto prezzo di copertina. Eroi del libro? Con discrezione». «Aggiungiamo — annota Guglielmo Zucconi — che in molte zone della Toscana, della Liguria e dell’Emilia, “pontremolese” è comunque sinonimo di merciaio, venditore ambulante. Pontremoli dunque, per essere il maggiore centro della zona, diocesi col Granduca Pietro Leopoldo, già sede di sottoprefettura, ha esercitato dall’età napoleonica in poi, la sua forza di attrazione, sui centri minori dove sono nati i librai e anche ad essi, come agli altri ambulanti ha dato il patronimico»[4].
Il contributo della Lunigiana alla stampa è ampiamente riconosciuto. Sarzana affonda la sua storia nell’umanesimo di papa Niccolò V, Tommaso Parentucelli, che ha portato a Roma la passione per la civiltà classica. I manoscritti greci e latini da lui annotati rivelano che il legame con la tradizione dell’antico municipium di Luni è profondo e determinante per porre le basi della Biblioteca Vaticana e inaugurare la grande stagione del Rinascimento italiano. Proprio l’amico di Niccolò V, Nicodemo Trincadini da Pontremoli, ambasciatore a Roma per conto degli Sforza di Milano, raccoglie una stupenda e rara biblioteca nel palazzo-torre di Pontremoli. Accanto ai preziosi manoscritti, circa duecento, compaiono cento libri stampati “alla todesca”, gli incunaboli, “i libri in culla”[5]. A Sarzana la biblioteca dei Campofregoso possiede un codice di Tito Livio già appartenuto a Petrarca e l’umanista Antonio Ivani possiede una ricca raccolta di libri[6].
Scrive Edoardo Maria Filipponi: «Ormai non c’è più dubbio: l’inizio dell’attività libraria in Lunigiana ha una data precisa. È il 16 marzo 1458 quando Franchino di Giovanni da Culiano ottiene da Petrizolo An­ziani di Pontremoli un prestito di 27 lire, 7 soldi e 4 denari genovesi per l’acquisto di una partita di mercé necessaria al primo “mercatum tomorum” della storia pontremolese.[7] Nasce così, a nemmeno due anni dall’invenzione della stampa a caratteri mobili, un’attività che si perpetua inin­terrottamente da oltre cinque secoli. Un primato invidiabile che, al di là di ogni altra esperienza a livello europeo, testimonia l’importanza commerciale di una piazza come Pontremoli»[8].
In Italia, la stampa a caratteri mobili giunge nel 1464 ad opera di Corrado da Sweinheim e di Arnaldo Pannartz, due chierici tedeschi chiamati a Subiaco dal cardinale Torquemada, sollecitato dai risultati del Gutenberg. E subito il nuovo modo di diffondere la cultura non passa inosservato in val di Magra dove, accanto all’esperienza commerciale si sviluppa quella editoriale e tipografica. In Lunigiana la stampa fa il proprio ingresso nel 1471, quando Jacopo da Fivizzano, prima da solo, poi in unione con il figlio Alessandro e il prete Battista, mette alle stampe al­meno una decina di titoli, dapprima in Fivizzano e poi in Venezia, dove trasferirà i torchi di lì a tre anni. A Fivizzano escono le Bucoliche, le Georgiche e Eneide di Virgilio, il De officiis, il Lelio ed il Catone maggiore di Cicerone (1472), una Vita della Vergine Maria di Cornazzano (1473), le Satire di Giovenale (1473), la Congiura di Catina di Sallustio (1474)[9]. Il museo di Magonza annovera nella storia della stampa il contributo prezioso del Fivizzano. è infatti assodato che i libri stampati nell’officina di Jacopo da Fivizzano vedono l’impiego del carattere 106R, il primo realizzato in Italia[10]. Nel 1476 a Genova il medico Battista Riccardi di Aulla «costituisce una società tipografico-editrice, allo scopo di stampare e commercializzare breviari e evangelistari»[11]. Nel XV secolo la città di Lucca registra la presenza di maestri pubblici provenienti dalla Lunigiana, tra loro Michele Bagnone, stampatore che utilizza i caratteri tipografici di Jacopo da Fivizzano[12]. A Milano nel 1493 Sebastiano da Pontremoli realizza con Enrico Scinzenzeler la stampa in caratteri greci dei Logoi di Isocrate, «forse il più bel libro greco stampato in Italia»[13].
Che a Pontremoli esista un vasto commercio librario è documentato anche dal testamento dello stampatore e mercante Erasmo Viotti. I Viotti hanno bottega a Parma, dove stampano opere pregevoli, tra cui ricordiamo il bel volume degli Statuta ac Decreta Pontremuli, edito nel 1571 da Seth Viotti. Nel testamento, rogato il 5 novembre 1611, figura un inventario di «Libri, quali sono a Pontremoli lasciati per occasion della fiera». L’elenco è costituito da circa 450 libri, forse un fondo di magazzino, opere per lo più giuridiche, sacre, filosofiche, storiche e di varia umanità. I Viotti, divenuti stampatori ducali e camerali dei Farnese, usufruiscono nella loro attività di particolari privilegi per la vendita e la stampa dei libri. Nel testamento di Erasmo, a favore di Anteo Marani, designato suo erede con l’obbligo di assumere il cognome Viotti, si fa esplicito riferimento alla fiera pontremolese, un avvenimento di una certa notorietà che doveva richiamare gente anche dai paesi lontani[14].
Se negli archivi comunali di Pontremoli troviamo il nome di qualche libraio, come nel Libro delle sentenze del 1685 «contro Giovan Antonio q. Gio. Bertuccj libraro», è alla fine del Settecento che “pontremolese” diventa sinonimo di merciaio girovago che, tra le varie mercanzie che offre in vendita, presenta anche almanacchi per i contadini, libri devozionali, immagini sacre[15]. Il fattore decisivo è dato dallo sviluppo del mercato librario dovuto al movimento culturale dell’Illuminismo europeo. Alla fine del Settecento, con la politica culturale napoleonica, si fanno sentire gli effetti dell’istruzione elementare obbligatoria, perentoriamente diffusa in tutti i dipartimenti. Nel corso dell’Ottocento il fenomeno dei librai ambulanti si fa vistoso per il contributo dei venditori di Montereggio, Parana, Cerro, Pozzo, Busatica del comune di Mulazzo.
Nel fascicolo dei passaporti rilasciati nel 1812 a Pontremoli compaiono i primi nomi delle future dinastie di librai: Maucci, Ghelfi, Fogola, Lorenzelli, Lazzarelli, Tarantola, Bertoni, Bardotti e Zanarelli. Non si qualificano ancora «librai», ma «venditori di pietre e altre coserelle» per evitare controlli e noie. Nel Lombardo-Veneto le autorità periferiche sono così poco abituate a vedere circolare venditori di libri che, nei rari casi in cui l’incontrano, li arrestano nel dubbio di avere di fronte pericolosi spacciatori di merci proibite in possesso di patenti false. Ancora nel 1833 la polizia arresta nel Bergamasco un «banchettista», sorpreso in possesso di alcuni libri proibiti, tra cui un Machiavelli, l’Adone di Marino e l’immancabile Pulcella di Voltaire[16]. In un atto che riguarda Giovanni Fogola di Montereggio, arrestato a Castelnuovo Monti in Garfagnana nel settembre 1854, si legge «l’inventario, eseguito nelle carceri, dei libri che il Fogola stesso possiede».
Il luogo di vendita preferito erano le piazze centrali delle città, dove stendevano i libri sui muriccioli e sui marciapiedi. In seguito, aumentando la portata della loro merce, la gerla è sostituita dal carretto che si trasforma sulle piazze in bancarella ricca di libri di ogni genere. «Quando avevano soldi abbastanza per potersi comprare un carretto col ciuco, — scrive Oriana Fallaci — mandavano a chiamare la moglie, rimasta al villaggio, oppure sposavano la figliola di un altro libraio; e riprendevano a vagare. Per strada, tra una tappa e l’altra nascevano i figlioli. Li mettevano dentro alle ceste, fra i libri del carretto, perché crescessero respirando l’aria della carta stampata e si facessero le ossa fra i titoli dei capolavori»[17].
La vendita ambulante, fatta esponendo la merce estratta dalle gerle o su carretti tirati a mano o trainati da animali, crea problemi ai librai. Ben presto, per ovviare ai tanti inconvenienti, i librai pontremolesi si affidano ai banchi stabili come punti di vendita nei luoghi più centrali delle città. La vendita all’aperto, con l’esposizione di tutta la merce e i costi ridotti di esercizio, presenta grandi vantaggi rispetto ai negozi. I “bancarellai”, poveri di capitali e costretti a praticare i prezzi bassi, puntano sul passante frettoloso, cui offrono un tipo determinato di merce: stampe, calendari, libretti religiosi, romanzi e opere teatrali. Tutti prodotti che risentono meno della concorrenza dei grandi negozi. Scrive sempre la Fallaci: «Alla fine dell’Ottocento molti girovaghi pontremolesi avevano fatto un patrimonio. I loro figli andavano a vendere in carrozza ed avevano aperto notevoli Case Editrici. I meno fortunati possedevano almeno una bancarella fissa sotto i portici di qualche grande città. Da vecchi, cercavano un po’ di riposo, a quel modo. Ci pensavano i figli, cresciuti nelle ceste dei librai, a vagare per le montagne»[18].
Per i venditori ambulanti pontremolesi l’appuntamento in primavera era al passo della Cisa, che lungo l’antico itinerario della via Francigena divide la Lunigiana dalla Padania. Dopo il canto del Maggio, che a Montereggio si canta ancora oggi, si ritrovavano sul valico per mangiare tutti assieme e assegnare le piazze delle città dove andare a vendere, in modo da evitare l’inutile e dannosa concorrenza. Tra i prati, nella sacralità dei monti, si scambiavano le preziose informazioni per rifornirsi della merce da vendere e dove trovare editori di libri a buon prezzo. Difficile, infatti, era trovare dove comprare merce conveniente e adatta alle esigenze del loro commercio. L’ideale trovare dove acquistare i resti di magazzino coi pochi soldi ricavati dalla vendita delle castagne, del formaggio e delle foglie di gelso.
Una vita, quella dei nostri librai, piena di grandi sacrifici, ma anche di tante soddisfazioni per i risultati commerciali, i successi economici e i consensi culturali. «Non avevano confidenza con l’alfabeto, — scrive Oriana Fallaci ― ma “sentivano” quali libri era il caso di comprare e quali no: in virtù di un sesto senso che, dicono, è stato loro donato dal demonio in un’ora di benevolenza»[19]. Oltre agli almanacchi, utili a scandire la vita dei campi, i “pontremolesi” acquistavano nell’Ottocento libri popolari come I reali di Francia, il Guerin Meschino, i Tre moschettieri, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, le Poesie del Giusti, la Genoveffa, la Massima eterna e altri libri di preghiere, l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, le Tragedie del Manzoni e perfino il Boccaccio. Con la gerla piena di libri, pietre da limare e altra merce, andavano per le campagne soprattutto del nord d’Italia a vendere con mille accorgimenti i libri ai contadini. «Aprivano per esempio una pagina qualsiasi dell’Orlando Furioso e cominciavano a declamare. Non leggevano, ma ripetevano le ottave che avevano sentito leggere da altri. I contadini, dopo essersi fatti giurare sulla Madonna dei Sette Rosari che lì dentro c’erano scritte proprio quelle belle parole, si decidevano a prendere il libro per non meno di dieci soldi»[20].
Molte delle librerie del nord e centro Italia sono state create dai “pontremolesi”. I loro nomi appartengono tutti ad uno stesso ceppo, in quanto imparentati fra loro, e tutti dopo aver svolto la vendita ambulante si sono fermati con le loro bancarelle e hanno aperto negozi nelle varie città del nord e centro Italia. I Rinfreschi a Bolzano, Piacenza, Pistoia, Genova e nel Canton Ticino; i Vannini a Parma, Acqui e Brescia; i Galleri a Bologna, Lucca, Pisa, Siena e Milano; i Ghelfi a Verona, Brescia, Padova, Vicenza, Venezia, Piacenza, Parma, Bologna, Ferrara, Rimini, Milano, Recoaro, Treviso, Ancona, Montecatini, Cattolica, Recanati, Orvieto e Vercelli; i Giovannacci a Parma, Piacenza, Como, Sondrio, Varese, Vercelli, Chiavenna, Domodossola, Casale Monferrato, Milano, Voghera, Biella, Alessandria e Courmayeur; i Bertoni a Piacenza, Parma, Voghera, Como, Domodossola, Mantova, Udine, Verona, Vicenza, Venezia e Genova; i Fogòla a Torino, Pescara, L’Aquila, Ancona, Sesto San Giovanni, Genova e Pisa; i Maucci alla Spezia, Genova, Sassari, Milano, Siena e Savona; i Lorenzelli a San Pellegrino, Brescia, Bergamo, Bra, Mantova e Cremona; i Giambiasi a Salsomaggiore, Massa, Como e Savona; i Tarantola alla Spezia, Modena, Parma, Ravenna, Padova, Piacenza, Treviso, Como, Venezia, Udine, Monza, Milano, Belluno, Teramo, Pescara, Bergamo, Brescia, Novi Ligure, Massa e Palermo; i Lazzarelli a Biella, Vercelli, Novara e Imperia; i Lodola a Savona, Massa e Salsomaggiore; i Pellegrini a Cuneo, Mantova e Verona; i Lorgna a Biella, Chiavenna e Acqui; i Cattoni in Francia e nell’Astigiano; i Verducchi a Ferrara; i Bizzarri a Legnano; i Caldi ad Asti; i Simonelli a Perugia; i Zanarelli a Ferrara e Lodi; i Giorgini in Piemonte e a Genova; i Bardotti in Francia e Toscana; i Mancini, i Paolazzi, i Tomasinelli, i Galeazzi e i Donnini in giro per il Piemonte; i Coselli, Orlandini, Micheloni, Tolozzi e Bardini a Genova, i Cattoni di Busatica nel secolo scorso svolgono la vendita ambulante nel nord d’Italia[21]. Questi uomini rappresentano gli antesignani del libro venduto a basso prezzo, accessibile ad ogni borsa, e costituiscono ancora oggi, nonostante le trasformazioni subìte dai loro discendenti, «una casta a parte, una schiatta superiore per intelligenza e attitudini peculiari»[22].
Alberto Vigevani, bibliofilo poeta romanziere, nelle sue memorie intitolate La febbre dei libri, scrive che quand’era ragazzo (Vigevani è nato a Milano nel 1918) vi erano case editrici «che stampavano apposta, su pessima carta, con caratteri usurati, in misere brossure, libri fuori diritti o in traduzioni trucemente scorrette — da Tolstoj a Dumas, da Casanova a Dostoevskij, a Dickens — per smerciarli attraverso le bancarelle che appartenevano tutte a pontremolesi». «Come i quasi conterranei lucchesi che giravano da ambulanti le terre più lontane, vendendo statuine, i pontremolesi si erano sparsi per l’Italia con le bancarelle. Erano spesso parenti: si chiamavano, e si chiamano, Tarantola, Fogola, Gandolfi, Ghelfi, Lorenzelli, Barbato. Spesso si univano per comprare al miglior prezzo fondi di magazzino. Dai loro lombi nacquero dinastie proprietarie di alcune tra le più affermate librerie nel centro delle grandi città»[23].
Dalla consapevolezza dell’importanza del fenomeno dei librai ambulanti ha origine nell’agosto del 1952 il Premio Bancarella. Al primo raduno dei librai pontremolesi sono presenti l’onorevole Giovanni Gronchi, l’editore Valentino Bompiani, Ernesta Cassola (la vedova di Luigi Campolonghi), Salvator Gotta, Perazzoli il segretario dell’Associazione Librai Ambulanti con posteggio fisso. Scrive la Fallaci: «Molti parlarono, ma il discorso impegnativo lo fece Gotta che, tra l’altro, disse un gran bene delle bancarelle. I librai stavano intorno, in piedi sotto i castagni, ad ascoltare con piglio competentissimo». L’indomani si barricano dentro il municipio di Pontremoli e fanno il solenne giuramento sotto il Campanone, la torre medievale fatta costruire da Castruccio Castracani degli Entelminelli. «Uno a un certo punto si alzò, alto e massiccio, con i baffoni all’umbertina, e disse: “Ed ora, amici, propongo un solenne giuramento: quello di ritrovarsi nel nostro paese, ogni anno, in un dato giorno, a questa stessa ora, finché Iddio ci conserva, e fare una bella mangiata”. Seguì un lungo silenzio; poi i librai alzarono lentamente all’altezza del viso la mano e giurarono»[24].
Così nasce il Premio Bancarella, l’unico premio letterario gestito esclusivamente dai librai. Nel ‘53 si conferisce il primo Bancarella a Hemingway con Il vecchio e il mare, anticipando per la prima volta il premio Nobel ; le altre due volte saranno con Pasternak, Il dottor Zivago, e con Singer, La famiglia Moscat. è un premio unico nel panorama dei premi letterari e per le sue origini umili rappresenta lo scacco della provincia contro i fasti delle capitali mondane dei riconoscimenti letterari. La proclamazione avviene in piazza della Repubblica a Pontremoli, ai piedi della torre medievale di Cacciaguerra che è simbolo di pace come deve essere la vera letteratura. Tanti sono i nomi dell’editoria e della letteratura che sono venuti al Bancarella: Bompiani, Feltrinelli, Mursia, Leonardo Mondadori, Rusconi, Vallecchi, Crovi, Berto, Bevilacqua, Biagi, Cassola, Saviane, Fallaci, De Crescenzo, Zavoli, Goldoni, Chiara, Sgarbi, per citarne alcuni. Tra i tanti politici il più presente è stato Giovanni Spadolini[25].


Giuseppe Benelli


[1] G. Petronilli, Venditori di libri, «Il Corriere Aprano», 24 novembre 1962, p. 9.
[2] Cfr. G. Benelli, I librai pontremolesi tra storia e leggenda, «Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”», vol. LXXVII (2007), La Spezia 2008, pp. 101-132.
[3] O. Fallaci, Hanno nella valigia i cavalieri antichi, «Epoca», 6 settembre 1952.
[4] G. Zucconi, Il verde covo dei bancarellai, «L’illustrazione italiana», agosto 1960, pp. 69-70.
[5] Cfr. P. Ferrari, Una biblioteca pontremolese del secolo XV, «Giornale Storico della Lunigiana», IV (1912-13), pp. 48-55.
[6] Cfr. L. J. Bononi, Libri e destini. La cultura del libro in Lunigiana nel secondo millennio, Parte Prima, maria pacini fazzi editore, Lucca 2000, pp. 55-57.
[7] Arch. di Stato di Pontremoli, Imbreviature di ser Girolamo Belmesseri, Filza Al, c. 13 r., 16 mar­zo 1457 (1458 stile comune).
[8] E. M. Filipponi, Stampatori e librai, una storia lunga 545 anni, “Il Corriere Apuano”, 13 luglio 2002.
[9] L. J. Bononi, op. cit., pp. 55-57.
[10] Ibidem, pp. 69-79.
[11] Ibidem, p. 135.
[12] Ibidem, pp. 161-165.
[13] Ibidem, pp. 167-170.
[14] G. Bellotti, Una bancarella illustre: i Viotti a Pontremoli, «Corriere Apuano», 18 agosto 1956, p. 4; A. Ciavarella, Introduzione, in L. Bertocchi, M. Bertocchi, V. Bianchi (a cura), Le edizioni bodoniane nelle biblioteche pubbliche di Pontremoli. Catalogo, Artigianelli, Pontremoli 1977, p. 8.
[15] Libro delle sentenze, n. 1510, f. 170r, Sezione dell’Archivio di Stato di Pontremoli.
[16] M. Berengo, Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione, Einaudi, Torino 1980, p.76.
[17] O. Fallaci, op. cit..
[18] Ibidem.
[19] Ibidem.
[20] Ibidem.
[21] Cfr. G. Benelli, I librai pontremolesi, «Almanacco pontremolese 1988», X, pp. 17-18.
[22] G. Petronilli, Lunigiana, Società Editrice Internazionale, Torino 1961, p. 241.
[23] A. Vigevani, La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo, Sellerio, Palermo 2000, p. 24.
[24] O. Fallaci, op. cit.
[25] Cfr. G. Benelli, Quelle gerle piene di libri. Il Premio Bancarella nasce dalla vocazione culturale della Lunigiana, «Librai del Bancarella», Rivista della Fondazione Città del Libro, n. 0, Luglio 2004, pp. 7-11.

venerdì 23 novembre 2012

EZIA DI CAPUA PRESENTA IL LIBRO " LA MISURA DELL'AMORE " dedicato a Carla Gallerini al CENACOLO ARTISTICO LETTERARIO VAL DI MAGRA R. MICHELONI - ABBAZIA DI SAN CAPRASIO AULLA -


                                                


 CENACOLO ARTISTICO E LETTERARIO VAL DI MAGRA
R. MICHELONI
A.G.E.
AMICI DI SAN CAPRASIO


SIMPOSIO LETTERARIO


La S.V. è invitata
alla presentazione del libro dedicato a Carla Gallerini

La Misura dell’Amore
di Ezia Di Capua

Nota introduttiva di Anna Magnavacca
Vice-Presidente del Cenacolo Artistico Letterario Val di Magra


SALA CAPITOLARE DELLA CHIESA DI SAN CAPRASIO - AULLA

1 DICEMBRE ORE 15,30








TUTTI GLI AMICI SONO INVITATI


martedì 20 novembre 2012

"PER IL RECUPERO DELL'ORATORIO DI SAN NICOLA A FEZZANO : un esempio di progettazione partecipata" di G. Berghich - Relazione della Prof.ssa Eliana M. Vecchi

Martedi 20 novembre, in Sala Consiliare del Palazzo della Provincia della Spezia alle ore 16,30, è stato presentato il volume “ Per il recupero dell’Oratorio di San Nicola al Fezzano – un esempio di progettazione partecipata” di Gianfranco Berghich. L’evento promosso dalla Fondazione Comm. D. Tori ha avuto il patrocinio della provincia della Spezia e dell’Istituto Internazionale di studi Liguri, sezione lunense e della Fondazione Tori.
Ha aperto l’incontro il Commissario Straordinario della Provincia della Spezia, Arch. Marino Fiasella, che ha ricordato Loris Jacopo Bononi, di seguito sono intervenuti il Presidente della Fondazione Tori, Dott. Vinicio Ceccarini, l’Assessore del Comune di Portovenere Sig.ra Faggioni. Ha presentato l’Arch. Roberto Guelfi dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri. Sono intervenuti Arch Gianfranco Berghich sul tema: L’Oratorio di San Nicola al Fezzano: una storia in costruzione  e la restauratrice Sig.ra Paola Orsolon sul tema : La Madonna del Rosario di San Nicola al Fezzano: approccio al restauro con il “minimo intervento”. Moderatore Prof.ssa Eliana M. Vecchi


Un’ulteriore tessera della storia del borgo del Fezzano è stata restituita ai suoi abitanti e al Comune di Porto Venere. È oggi possibile conoscere le vicende dell’oratorio dedicato a San Nicola di Bari, che domina una piazzetta situata all’incrocio di alcuni percorsi nella parte alta del paese. Grazie all’iniziativa della Fondazione Comm. Domenico Tori e, in particolare, di Vinicio Ceccarini, suo Presidente, si è concretizzata una serie di studi condotti da storici, architetti e restauratori, finalizzati a conoscere l’origine del manufatto e a stabilirne le criticità in previsione di un futuro progetto di restauro. I risultati delle ricerche d’archivio e delle analisi strutturali sono stati pubblicati nel libro “Per il recupero dell’Oratorio di San Nicola al Fezzano. Un esempio di progettazione partecipata” opera di Gianfranco Berghich, corredato anche dai contributi dei diversi studiosi impegnati nel progetto, fra cui lo storico dell’arte prof.  Piero Donati.
Oratorio di San Nicola al Fezzano
Realizzato alla fine del XVI secolo, come atto di devozione e di munificenza da parte di un capitano di notabile famiglia genovese, l’oratorio è stato considerato dalla comunità fezzanotta, fino alla costruzione della Chiesa di S. Giovanni Battista nel 1729, il luogo simbolo della propria spiritualità. La storia dell’edificio è inquadrabile in quella del suo borgo, di cui si devono sottolineare le importanti sussistenze architettoniche del XVI e XVII secolo, pur nella dura quotidianità per le genti di quel periodo, che ricavavano il proprio sostentamento da una terra povera e da un mare ricco, ma spesso foriero di attacchi pirateschi.
San Nicola mostra un’impostazione tipica degli edifici sacri devozionali toscani cinque-seicenteschi. I grandi sedili esterni in muratura, posti immediatamente sotto le aperture delle finestre, consentivano ai pellegrini e agli abitanti del borgo d’inginocchiarsi e di poter pregare e venerare le sacre immagini dall’interno oppure semplicemente di sostare. La cella campanaria è addossata al lato destro della facciata, risultandone la naturale continuazione. Un’apertura ad arco, sormontata da una copertura a capanna, accoglie una campana ottocentesca. Il portale è costituito da stipiti e architrave in blocchi monolitici di pietra grigia calcarea, databili al XVIII secolo,  che sostituirono esemplari più antichi probabilmente in arenaria o pietra calcarea grigia locale, sormontati da un architrave monolitico a schiena d’asino con elementi tipici tardo medioevali.
Oratorio di san Nicola - Interno
L’edificio risulta inserito in una zona nodale del nuovo tessuto urbano che si stava formando a Fezzano nel XVI secolo: la piazza in cui esso si trova, infatti, nasce dall’ampliamento di una delle più agevoli vie del borgo che, prima della costruzione dell’attuale strada costiera, consentiva a chi proveniva dalla Spezia di recarsi verso Porto Venere, meta di un pellegrinaggio devozionale ancora attivo nel XVI-XVII secolo ed importante snodo per chi, attraverso il mare, doveva intraprendere la via romea o quella diretta a Santiago de Compostela. Non sembra un caso, quindi, che il titolo dato a questo piccolo edificio sia legato strettamente ad un culto diffuso in  ambiti pellegrinali e marinari. Si può dire quindi che l’oratorio di San Nicola, santo protettore dei pellegrini, dei marinai e degli studenti, il cui culto si diffuse straordinariamente in Occidente  con l’arrivo delle sue reliquie alla fine dell’XI secolo,  rappresentasse la tappa di una serie di tracciati nel nostro territorio in cui fitta era la rete di santuari, cappelle e chiese che  fornivano ristoro fisico e spirituale ai viaggiatori, tanto nel Golfo della Spezia e sulle colline intorno, quanto  nell’alta Lunigiana,.
Il volume che ne riassume le finora inedite vicende, edito dalle Edizioni Giacché per conto della Fondazione Tori, verrà presentato martedì 20 novembre, alle ore 16.30, presso la Sala Consiliare della Provincia della Spezia dall’architetto Roberto Ghelfi, noto studioso degli aspetti storici, architettonici e paesaggistici del territorio spezzino. L’iniziativa, organizzata dalla Fondazione Tori, dalla Provincia della Spezia e dalla Sezione Lunense dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, sarà coordinata ed introdotta dalla prof.ssa Eliana M. Vecchi. Porteranno i saluti istituzionali il Presidente della Provincia Marino Fiasella, il sindaco di Porto Venere Massimo Nardini, il Presidente della Fondazione Tori Vinicio Ceccarini.
In conclusione dell’incontro l’autore  Gianfranco Berghich delineerà la storia di questa ricerca e gli sviluppi futuri auspicati, mentre la restauratrice Paola Orsolon illustrerà il progetto di restauro del quadro con Madonna, Bambino ed i SS. Caterina da Siena e Domenico, collocato sopra l’altare dell’Oratorio, progetto che si sta per avviare  con la collaborazione e supervisione della  Soprintendenza ai Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Liguria.
Conclusione questa che vuole essere solo un primo capitolo del più ampio progetto di recupero e valorizzazione dell’edificio al fine di riconsegnare pienamente al borgo una parte del proprio passato.

Prof.ssa Eliana M. Vecchi
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