sabato 15 dicembre 2012

GIOCO E SFIDA DI UN ARTISTA TOSCANO " IL NATALE DI OLLIMAC " del critico d'arte Giuseppe L. Coluccia.

                Camillo Ramagini, Massa 1960.
                “Ollimac”, in arte. Inversione del nome Camillo. Spirito di avventura, curiosità, destino: queste cose insieme hanno influito su Ramagini nella scelta della pittura naïf. Si porta dietro cultura italiana, solare classica e cultura francese; sappiamo che ha abbracciato un po’ per gioco un po’ per sfida lo stile naïf, dagli anni Ottanta a oggi. Pittore maturo, con una esperienza in cui si è potuto confrontare con gli indirizzi e le mode del tempo. La sua pittura è una espressione esistenziale, che non si lega alla forma di alcun maestro, ma approfondisce il canone della nuova corrente estetica, carica anche di pensiero. Dentro un involucro apparentemente elementare, direi grezzo, Camillo-Ollimac si è creato spazio inventivo e sfondo cromatico, in cui intesse un dialogo con la natura, col paesaggio toscano in particolare. Certo, i pittori che hanno scelto il naïf sono stati numerosi e hanno preceduto Ramagini con istinto, dispersi nella plebe, in atteggiamento indipendente e primitivo –vengono chiamati anche neoprimitivi per distinguerli dai primitivi tradizionali realisti, anche classici secondo alcuni critici che risalgono addirittura all’epoca umanistico-rinascimentale. Se ne parla ne La pittura dalle caverne ai nostri giorni (traduzione di Mario Andreose, 1961), i cui autori fanno risalire al Rinascimento gli stimoli adatti ma l' “arte  naïve” è rimasta qualcosa di artigianale, per alcuni estremamente semplice, goliardica, burlesca. Non siamo di questa opinione, se abbiamo lo specchio della pittura di Camillo Ramagini, il cui rapporto con la natura è fatto di percezioni visive nuove, di quadri solidamente costruiti e magnificamente dipinti.
                Ramagini, se ancora c’è bisogno di identificarlo, appartiene alla schiera dei pittori autonomi, aschematici. E alcuni sono perfino autodidatti. Una notazione frettolosa è quella che vorrebbe collocarli o relegarli nel modo infantile, nell’irrazionale, nel folclore. Il pittore Ramagini è dunque proteso a ricercare lo “stato di natura”, come vogliono gli illuministi, ma anche i decadenti e i simbolisti. Come parecchi sanno, in Paul Gauguin si è realizzata questa ricerca  di un modello di cultura che fosse alternativo a quello europeo. Camillo conosce la esperienza di Henri Rousseau (1844-1910), naïf, che inserito nell’avanguardia parigina e internazionale ha creato opere che hanno attratto pittori cubisti  e impressionisti alla fine dell’Ottocento e inizio Novecento. Il paesaggio di Camillo come nella pittura di Rousseau, è visione della natura e raffigura “ciò che è, ciò che dura, ciò che si lascia misurare, toccare, plasmare”: E' studio della natura, da cui egli trae forza immaginativa e sentimento, come avviene in momenti contemplativi ed estatici, tanto più se sono  “selvaggi”. Se lo sguardo cade sui paesaggi – riportati anche su Internet – osserviamo la “natura” del pittore, dolce a tratti, rupestre, collinosa ma pure solare, azzurra, verdeggiante. Sembra che il pittore voglia estrarre dalle sue viscere armonia segreta, simmetrie reali e immaginate, presenze arboree e monumenti che vogliono collegare la visione alla storia umana, ma è soprattutto il colore la energia di questi momenti ispirativi, ingenui, in un gioco di rapporti semplici e di pose studiate, come avviene in un girotondo di fanciulli. E' sempre il colore che attrae l'attenzione dell'artista, che vi coglie vigore, definizione, cura quasi minuziosa. Credo che davanti alle opere di Ramagini occorre farsi piccoli e curiosi come lui, come fanciulli, per adire nel suo mondo favoloso, e lasciarsi condurre dal sogno verso un mondo diverso, il mondo ideale, che entra ed esce dai pensieri semplici e puliti della fanciullezza. Camillo parla di incanto, di serenità, di limpidezza di visione. Angelo Tonelli descrive certi sfondi naturali e naturalistici di Ramagini, di scorci agresti, di vendemmie, di nevicate, di raccoglimento e di contemplazione. In tutti questi anni che sono decenni, l'artista massese che ha conosciuto una parte di Europa, ha esteso la sua visione all'Italia, con spirito allegro e con senso umoristico, cui l'arte naïf è stata una scelta indovinata, e una visione anche metafisica del messaggio. E mi basterebbe ora commentare il dipinto sulla locandina: Il Natale di Ollimac.  Presepio e poesia visiva, densa di dettaglio. Linee, colori, purezza di immagini, prospettiva. La natura osservata da Camillo è un incanto: neve sui colli, neve sugli alberi, candore e splendore agli occhi che vedono, al cuore che ama. Lo stile naïf di cui Ramagini è maestro respira su tutto il paesaggio nevoso e si anima di liete allusioni. I colori sono tenui – rosa, celeste, bianco, rosso, e levità di violetto – rendono bene la visione nel tempo, in questo nostro inverno (carico di tensioni e segnato dalla crisi). E c'è a badarci bene, la presenza umana, in basso verso sinistra, in rosso e blù. Quasi voce, la sua, di un augurio rivolto a noi tutti. Grazie, Camillo. Te ne ricambiamo.

G.Luigi Coluccia
San Terenzo-Sala Cargià, 15 dicembre 2012


lunedì 10 dicembre 2012

DALLA MATERIA ALLA COSCIENZA: UN SALTO QUANTICO


Ezia Di Capua
Acquerello 2007 - particolare
La fisica quantistica implica un ribaltamento totale del paradigma di base su cui la nostra cultura ha fissato i propri valori e le proprie credenze (anche la visione materialista ahimè è una "credenza", un "atto di fede", supportato dai 5 sensi ma pur sempre un atto di fede). Purtroppo la cultura generale è legata ancora alle leggi della fisica classica newtoniana, dove spazio e tempo hanno la valenza che hanno nell'esperienza quotidiana concreta,così come pieno e vuoto, reale e irreale, visibile e invisibile e tutte le coppie di opposti che vi vengono in mente e che costituiscono la dualità in cui è immerso tutto ciò che è "manifesto", ovvero che esiste sul piano fisico "visibile".
La nuova scienza, attraverso l'assiduo lavoro di tanti pionieri che ormai quasi da un secolo hanno fatto scoperte incredibili sia sul piano teorico che su quello sperimentale, ci  dice che il mondo "visibile" che noi chiamiamo realtà rappresenta nel Cosmo soltanto il 5% di tutto ciò che esiste, e il restante 95% è costituito da "materia oscura" (circa il 25%) e da “energia oscura” (circa 70%) che noi volgarmente chiamiamo "vuoto" o "nulla", e si tratta di un'energia che è molto ma molto più potente di quella della materia solida: il “vuoto” pesa molto di più del “pieno”, quindi ciò che non vediamo è molto più pesante di ciò che vediamo e ruota a velocità infinitamente maggiori.
Certe verità scientifiche hanno dei risvolti profondi anche sul modo di intendere la vita e la morte e che in modo incredibile confermano certe Verità espresse con altro linguaggio migliaia di anni or sono da antiche civiltà come quelle dei Veda e Vedanta o anche dalla filosofia greca di certi autori illuminati come Parmenide, Pitagora, Socrate, Platone e di molti altri.
La Fisica Quantistica che cosa è?
La fisica quantistica è quella branca della fisica che si occupa di indagare il mondo nelle sue componenti microscopiche, quel mondo infinitamente piccolo (al di sotto della scala atomica) che lo sviluppo delle nuove tecnologie (microscopi a scansione elettronica) ci consente di osservare da molto vicino.
Da Democrito in poi l’uomo ha sempre cercato di capire cosa fosse la materia, quali ne fossero gli elementi costitutivi di base, quali i mattoni fondamentali con cui tutto l’edificio della Natura fosse costruito.
Ma l’osservazione delle particelle sub-atomiche, iniziata negli anni ’20 del secolo scorso, ne mise da subito in evidenza alcuni comportamenti completamente imprevedibili e inspiegabili dal punto di vista della fisica classica e delle sue leggi.
Ezia Di Capua
Acquerello 2007 . Particolare
La stessa identità di “particella” come corpuscolo, avente una data dimensione (per quanto infinitesima) e posizionata in un dato punto dello spazio, in un certo momento e avente una certa velocità, viene meno perché queste imprevedibili particelle in certi momenti si trasformano in “onde”, e similmente alle onde del mare, non sono misurabili secondo i parametri classici, sono a-dimensionali, perché diffuse potenzialmente ovunque, senza un inizio e senza una fine. Delle onde non si possono descrive comportamenti determinati e certi ma solo comportamenti possibili. Le onde pertanto rappresentano una realtà esclusivamente potenziale e possibile.
La materia quindi nel suo stato fondamentale non è costituita da piccoli “mattoni” ma da qualcosa che è sostanzialmente “duale”: la particella-onda, che ha una identità visibile e invisibile, concentrata e diffusa, temporale (qui ed ora) e a-temporale (ovunque e in ogni tempo, il famoso eterno presente).
Ma questa particella-onda quando è particella e quando è onda e perché?
Da migliaia di esperimenti fatti a partire dagli anni ’80 si è capito che la particella-onda si comporta da onda quando non è osservata (dai microscopi a scansione laser) e si comporta invece da particella quando è osservata (per chi volesse approfondire si veda l’esperimento delle doppie fenditure di Young applicato agli elettroni). Come se la particella-onda stessa fosse dotata di una propria coscienza, di una sua propria intelligenza,  che le fa scegliere in un dato momento un certo comportamento.
Possiamo quindi affermare in senso lato, sulla base di questi esperimenti, che l’Osservatore influenza il comportamento dell’Osservato, dove l’osservatore è l’Uomo (la Scienza, la mente umana, il Soggetto) e l’osservato è la Natura (l’Oggetto). Il Soggetto non è più al di fuori dell’Oggetto ma ne fa parte e ne è in costante relazione.
Questo legame di interdipendenza tra Osservatore e Osservato è scientificamente ineliminabile e ribalta completamente il paradigma Cartesiano che poneva una divisione netta tra Mente (Uomo) e Natura. Questa divisione non esiste più.
Ricordate il meccanicismo Newtoniano e  il pensiero positivista? Bene dimenticateli!
Ezia Di Capua
La divisione tra soggetto e oggetto è una pura illusione…Nel mondo della fisica quantistica un qualunque oggetto fisico (qualsiasi particella, fotone, elettrone, fermione, quark, o quello che volete) non esiste “a-priori” di chi lo osserva ma esiste, e pertanto è visibile, soltanto in funzione di chi la osserva; è come se il pensiero, l’intenzione di osservare quel pezzetto infinitesimo di natura fosse il processo generatore di quella realtà sul piano fisico, che fino ad un attimo prima esisteva soltanto sul piano energetico invisibile sotto forma di onda potenziale. E’ la nostra osservazione che crea la realtà, o per dirla in altro modo è la coscienza.  I fisici contemporanei che si occupano di questi temi continuano a dirci che l’universo è Pensiero, che l’universo è Coscienza, che tra il nostro misero 5% e il restante 95% non c’è soluzione di continuità, il 5% sono le particelle e il 95% sono onde, ma fondamentalmente sono la stessa cosa, due facce di una stessa medaglia, perché anche la materia è energia, soltanto ad una vibrazione molto più bassa e lo spirito è materia soltanto ad una vibrazione molto, ma molto più alta. La materia oscura vibra a 1026 Herz (vale a dire 1 seguito da 26 zeri) ! Nulla si crea e nulla si distrugge, vi ricordate la prima legge della termodinamica? E’ solo questione di trasformazione, si passa da uno stato all’altro, così come l’onda ad un certo punto decide di trasformarsi in particella e fare la sua comparsa nel mondo visibile per poi sparire ad un certo altro punto ed essere riassorbita nell’oceano delle onde e così in continua evoluzione. Nascita e Morte, o meglio, nascita e Ri-Nascita in un continuo divenire.
Ezia Di Capua
Ermete Trismegisto, grande saggio dell’antica civiltà egizia, diceva “Così in Alto, come in Basso” a testimoniare che esiste una perfetta corrispondenza tra il macrocosmo e il microcosmo: il Sole con i suoi pianeti satelliti non sono poi come un atomo con i suoi elettroni? Anche le stelle sono Vite che diventano visibili per un periodo e poi spariscono, anche loro hanno la loro Funzione d’Onda (quel processo che fa trasformare l’onda in particella o, come si dice in fisica, quando la funzione d’onda collassa), tutto quanto l’universo pullula di Vita, vibra, respira, si trasforma, passa dal Chaos al Cosmos, dal disordine all’ordine, evolve nella continuità di coscienza!
Noi siamo Coscienze Evolventi, il nostro corpo è solo il cappotto della nostra coscienza, di cui ad un certo punto ci liberiamo per tornare nel mare di coscienza dove Tutto è Uno, dove lo spazio non esiste, dove siamo liberi di essere ovunque. E nemmeno il tempo ha più senso quando non indossiamo più il capotto, perché passato presente e futuro sono tutti contenuti in un Eterno Presente. Una dimensione di infinita espansione e libertà dell’essere nel grande oceano della Vita Una, un’oceano 1026 volte più meraviglioso di quello che i nostri finiti 5 sensi possono farci intuire.
Un inciso, è vero che il corpo materiale è solo un cappotto, ma proprio perché spirito e materia sono in continuità, non sono divisi come in apparenza, bisogna rispettarlo e custodirlo al meglio, è la forma con cui si esprime nel 5% l’anima che dimora nel 95%.
Per semplificare, chiamiamo Spirito, quel mare di energia invisibile e oscura che le varie culture, tradizioni e civiltà chiamano con nomi diversi ma che sono sostanzialmente la stessa cosa:
Energia Vitale o Chi (orientali), Etere o tessuto eterico (occidentali  - greci, esoterismo, una parte della scienza), Ordine Implicato (David Bohm), energia nucleare elettrodebole, materia oscura o anti-materia (scienza contemporanea).


Acquerello di Ezia Di Capua
2007 - particolare
  Questo oceano di Energia, invisibile ai nostri sensi, ad altissima vibrazione è il principio Vitale, è la Vita stessa, da cui origina tutto ciò che è visibile e con una certa massa. Ma questa massa (M) in sé non è un principio (è solo un cappotto per l’appunto) e deriva da questo infinito serbatoio di energia (il tessuto di cui è fatto il cappotto) da cui di volta in volta prende forme diverse per fare esperienza e diventare auto-cosciente.
A questo proposito Goethe (che era un iniziato) nel suo Faust sentite cosa scriveva:
“Nelle ondate della vita,
nel tumulto dell’azione,
salgo, discendo, vado, ritorno.
Nascita e tomba.
Un mare eterno.
Una mobile trama.
Una vita rovente.
Così al telaio sublime del tempo
Lavoro al Divino la veste vivente.”
Ezia Di Capua  2007 Acquerello
"Come ogni cosa si intesse in un tutto
 e una nell'altra opera e vive"
In questo senso si comprende anche il significato della Legge di Rinascita (re-incarnazione) cara agli orientali. L’evoluzione è lenta, impieghiamo migliaia di vite ad espandere sempre più la nostra coscienza, a essere sempre più omni-comprensivi, a fondere le nostre coscienze con quelle degli altri, a riconoscere un giorno che l’umanità è un unico grande essere che evolve attraverso giusti e retti rapporti all’interno dello stesso regno umano così come con gli altri regni di natura (minerale, vegetale, animale e spirituale).
Ogni cosa manifesta nel suo substrato un fattore intelligente. Ogni ente non è isolato ma sempre connesso con altri enti a qualunque dimensione e grado possano appartenere. Dobbiamo quindi sostituire ad una visione Antropocentrica una visione Cosmocentrica dove tutto è in reciproco rapporto e ogni parte ha una sua ragion d’essere, unità nella diversità.
Sempre il Faust di Goethe:
“Come ogni cosa si intesse in un tutto e una nell’altra opera e vive!”
Ecologia ante litteram oltre che sublime poesia… ma ve ne proponiamo un'altra di un poeta inglese dell’800 (Francis Thompson)
“Tutte le cose vicine o lontane,
Sono misteriosamente connesse tra loro da un potere immortale,
E non puoi toccare un fiore senza turbare una stella”
(“All things by immortal power,
Near and Far
Hiddenly
To each other linked are,
That thou canst not stir a flower
Without troubling of a star.”
)

Diverse discipline hanno oramai sconfessato l’impostazione Darwiniana di un’evoluzione che procede esclusivamente per selezione competitiva, al contrario, il fattore chiave della sopravvivenza è la cooperazione basata sul sostegno reciproco (anche in questo campo sono stati fatti un’infinità di esperimenti). La competizione è distruttiva perché ci pone costantemente in conflitto all’interno di una dualità separativa e dissipativa che è contro la grande legge di coesione dell’Uni-verso e rappresenta l’evoluzione nel suo stadio iniziale. La cooperazione invece diventa risorsa per risolvere la crisi ed esprime l’evoluzione nella sua fase matura. Così ha sempre proceduto l’evoluzione dei sistemi viventi:


unità        individuazione         tensione/conflitto        negoziazione      risoluzione    cooperazione      unità (su un nuovo livello)
Se incominciamo a considerarci come un organismo altamente interconnesso allora capiremo che la cooperazione (che è una qualità dell’Amore) tra umanità e pianeta, tra esseri umani e tra umanità e regni di natura aiuterà l’evoluzione dell’intero sistema.
L’Unità e l’Amore, dal latino A-mors ovvero non-morte, sono la prima legge che tiene insieme il nostro Uni-verso. L’Amore è la grande forza coesiva senza la quale nulla potrebbe stare insieme.

E come diceva Platone… “L'amore è il primo di tutti gli Dei...”

Benedetta Galazzo
Benedetta Galazzo Architetto, vive e lavora a Milano, ricercatrice spirituale da circa 15 anni. Pratica meditazione e segue gli insegnamenti spirituali del maestro tibetano  Dwual Kuhl attraverso gli scritti di Alice Bailey. Si interessa di esoterismo, guarigione spirituale, filosofie perenni e scienza. Su questi temi ha tenuto delle conferenze in alcune associazioni culturali e centri di meditazione.


mercoledì 5 dicembre 2012

ABBAZIA DI SAN CAPRASIO AD AULLA - San Caprasio: un Santo, un luogo dell'anima, un gioiello della storia

San Caprasio
San Caprasio: un  santo, un luogo dell’anima, un gioiello della storia?
Come descrivere le sensazioni che tutto il nostro essere prova, percepisce quando come novelli pellegrini fermiamo la nostra attenzione su questo piccolo ma prezioso diamante grezzo che da alcuni anni illumina il nostro cuore,la nostra anima,il nostro essere più intimo e nascosto e insieme riverbera la sua luce su tutta questa particolare,affascinante,magica terra di Lunigiana? Cosa desiderare di più:reliquie di antichi
Santi, absidi nascoste da secoli,tesori di pietra e di marmo respirano oggi nuova vita…….
Ciottoli che passi pesanti di pellegrini antichi e moderni hanno calpestato….e calpestano, serate archeologiche illuminate da una luna che solo questa terra sa offrire, in un chiostro profumato di gelsomino,che ancora risuona di preghiere e canti monastici…..
Ebbene tutto e forse altro ancora è San Caprasio.

Sito Internet:  www.sancaprasio.it

La tomba di San Caprasio
L’Abbazia di Aulla, fondata il 27 maggio 883 da Adalberto di Toscana, è uno dei più interessanti monumenti sorti lungo il percorso della via Francigena. Qui è visibile la chiesa che Sigerico, arcivescovo di Canterbury, visitò’ nel suo celebre viaggio a Roma tra il 990 e il 994. Qui è tornata alla luce dopo mille anni, la monumentale tomba di San Capraio, monaco eremita, guida spirituale di Sant’Onorato, morto nell’isola di Lerins (Cannes). A questa tomba giungevano i pellegrini diretti a Roma o a Santiago di Compostela. All’interno della chiesta sono visibili i resti di altre due chiese più antiche. Una conserva tracce di un importante pavimento in marmo, realizzato con frammenti di epoca romana, tra cui l’epigrafe risalente al I secolo .C.
La terza chiesa, molto più piccola, forse risale ad un’epoca anteriore al IX secolo.
Interno dell'Abbazia di San Caprasio
Aulla
Molto interessante il repertorio delle sculture, con motivi vegetali e animali, realizzati in marmo e pietra tra i secoli VIII e XIII.
San Caprasio monaco ed eremita, ispiro’ la diffusione del monachesimo in Provenza, a pratire dagli inizi del V secolo, quando si ritirò con, Sant’Onorato, nell’isola di Lerins. La fama di San Caprasio fu grande e quando morì nel 433, nell’isola era già sorta una grande comunità monastica.
Molti secoli dopo le sue spoglie furono portate ad Aulla per sottrarle alle incursioni dei Saraceni, forse ad opera del figlio di Adalberto di Toscana, fondatore dell’Abbazia. Sepolte sotto l’altare maggiore, dopo più mille anni le sue reliquie sono tornate in luce e nella chiesa sono visibile le due tombe di S.Caprasio - Le sue reliquie sono esposte alla venerazione.

Ringrazio sentitamente il dott. Riccardo Boggi, direttore delle ricerche archeologiche all’interno dell’Abbazia di San Caprasio ad Aulla, responsabile dell’allestimento dell’esposizione museografica, studioso di tradizioni popolari e autore di numerose pubblicazioni di carattere storico e storico–etnografico che, in accordo con i suoi collaboratori  ha fornito le notizie e le fotografie relative all'Abbazia di San Caprasio,    autorizzandone la pubblicazione, nel Blog di Sala CarGià

Ezia Di Capua

lunedì 3 dicembre 2012

RINO MORDACCI: " UNO SCULTORE CHE PARLA AL CUORE " - del critico d'arte Valerio P. Cremolini


Nei prossimi giorni sarà disponibile il catalogo edito in occasione della retrospettiva dedicata allo scultore Rino Mordacci, tutt'ora visitabile al Museo Diocesano della Spezia. Ospitiamo con piacere il testo di Valerio P.Cremolini, intitolato “Uno scultore che parla al cuore”.

Non senza timore ho avuto il piacere di curare con Pier Luigi Acerbi, confortato dal significativo apporto collaborativo di don Italo Sommi e don Cesare Giani, la mostra dedicata allo scultore Rino Mordacci (1912-2012) nel centenario della nascita. Era un dovere verso questo artista ricordarlo degnamente con un’esposizione, insistentemente sollecitata da don Sommi, principale ed entusiasta patrocinatore di questo evento artistico.
Mordacci, i cui inizi risalgono agli anni trenta sotto l’esperta guida di Enrico Carmassi, avrebbe certamente meritato di più, ma lo spazio limitato del pur autorevole presidio museale di via del Prione 156 ha imposto di proporre una minor quantità di opere, effettuando una non facile scelta tra la sua vastissima produzione scultorea. La diffusa presenza di sculture di Mordacci in numerose chiese, edifici pubblici e collezioni private lo colloca sicuramente tra gli artisti più noti ed amati della Spezia, la sua città dove fu protagonista, tra l’altro, di qualificate personali proposte dalla Galleria Mazzoni nel 1953, nel 1957 e nel 1960, dalla Galleria Adel di Attilio Del Santo nel 1956, sino all’antologica del 1981 nell’Auditorium della Cattedrale di Cristo Re, promossa dall’Unione Cattolica Artisti Italiani. Ancora da menzionare sono le successive personali al Pomarancio di Sarzana nel 1984, nella Pinacoteca di Vezzano Ligure nel 1986, nell’Oratorio S.Antonio a Bolano nel 1987 e 1995 e nel Palazzo Comunale di Pignone nel 1994. Inoltre, vanno interpretati come significativi riconoscimenti all’attività di Mordacci le partecipazioni ad esposizioni di prestigio, quali la Mostra Nazionale di Napoli nel 1937, quella di Palermo nel 1938, di Trieste nel 1939, la VII Quadriennale di Roma nel 1955, le Rassegne nazionali di Vado Ligure nel 1951 e 1954, il Premio Internazionale Città di Carrara nel 1957, il Premio Suzzara nel 1958 e 1960, la III Biennale d’Arte Sacra a Bologna nel 1958, la Mostra Internazionale d’Arte Sacra di Novara nel 1959 e il Premio Vallombrosa nel 1959 e 1960.
Lo scultore Rino Mordacci mentre rifinisce
la statua di Padre Pio in gesso 1994 
Il legno è stato indubbiamente il materiale prediletto dallo scultore, che ha contraddistinto il suo linguaggio non visionario sapendo offrire, inoltre, maiuscole prove anche nella lavorazione del gesso, del cemento, nella fusione in bronzo e nell’espressiva incisione di coppi ed embrici. A proposito del vasto repertorio di sculture lignee, fu particolarmente lusinghiero il giudizio espresso dallo storico Enzo Carli, il quale in uno scambio epistolare non ebbe titubanza nel riconoscere in Mordacci “un maestro dei nostri giorni”. Come si legge nel pieghevole che annuncia questa retrospettiva Mordacci ha saputo creare “forme scultoree di compiuta bellezza che sanno parlare di una realtà sospesa tra fantasia e tradizione. Attraverso il bulino e la sgorbia egli ha fatto rivivere il mondo degli umili”. 
Inquietudine e calma, affanno e speranza si percepiscono nell’ampio ed apprezzabile progetto scultoreo di Mordacci, “uomo ed artista pieno di risorse, sincero e pulito”. È un progetto convincente che parla al cuore e che induce ad avviare un dialogo su importanti temi, quali il lavoro, la maternità, la famiglia, il dolore, la pace, la bellezza e la fede. Insomma, attraverso l’arte essere stimolati ad amare sempre più e meglio la vita.Valori che alimentano fiducia ed ottimismo, rinnovamento e pienezza di vita, così come traspare dalla sottile figuratività degli antichi embrici, non presenti nella mostra, che si consegnano, con una imperitura modernità, agli archivi del XX secolo. Certe linee essenziali, certi ritmi chiusi cosparsi di una luce pacata e sommessa, riportano la mente a lontanissime civiltà. È un’eredità dell’antico da ritenere una caratteristica avvincente ed affascinante della meditata e serena ricerca di Rino Mordacci. Ricerca palpitante, non evasiva, ma strettamente aderente alla realtà.

Museo Diocesano - La Spezia
Le opere di Mordacci
Don Sommi, ricorda  opportunamente l’amico scultore “come uomo onesto e artista avveduto che ha esternato il suo animo artistico al servizio di una committenza che si fidava di lui, perché uomo ed artista pieno di risorse, sincero e pulito che difende il suo onore professionale con dignità e misura”. Mordacci, in effetti, ha lavorato senza sosta per tutta la sua lunga esistenza, ricercando, anche quando è approdato ad una personale e misurata deformazione,  la migliore armonia nella modellazione, che in ogni occasione si presenta al nostro sguardo con un alto livello di comunicativa e di leggibilità. Quanto alla sua fecondità creativa, pur nell’avanzare degli anni non è mai venuta meno. Tangibile prova di ciò è l’intero arredo liturgico della chiesa di Sant’Anna al Felettino con il suo portale, solennemente inaugurato nel luglio del 2002, nel quale diciotto pannelli bronzei raccontano duemila anni di storia cristiana. Quasi novantenne Mordacci viveva la scultura con la vocazione e la freschezza ideativa di un giovane artista.
La retrospettiva, che si sviluppa in cinquanta lavori riferiti a vari decenni del secolo scorso, dalla Pietà del 1935 agli Apostoli del 1997, mette in luce da un lato il forte legame con la classicità e dall’altro l’impulso a concretizzare una maggiore libertà operativa, mai inseguita con affanno.

Museo Diocesano - La Spezia
Le opere di Mordacci 
Questa mostra è auspicabile che susciti interesse, confermando l’ammirazione raccolta da Mordacci lungo i decenni di laboriosa professione, accompagnata dal lusinghiero giudizio di più studiosi, tutti d’accordo nel commentare favorevolmente la feconda relazione fra l’artista e l’amato legno, da cui lo scultore ha conseguito esiti espressivi di notevole efficacia. Ma, precisa Marzia Ratti “la continuità con la tradizione era un punto davvero centrale del suo modo di operare, attualizzata con la ricerca approfondita sulle potenzialità espressive dei materiali”.L’espressività, talvolta vigorosa e in altre occasioni volutamente moderata, riflette sia l’autorevole padronanza tecnica sia l’indiscutibile chiarezza di ideali che ha sempre sostenuto l’impegno nell’arte di Mordacci. Perseverante e scrupoloso costruttore di bellezza, lo scultore è stato destinatario come gli artisti più sensibili, riprendendo un pensiero dalla “Lettera agli artisti” di Giovanni Paolo II, “di una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello”.
Museo Diocesano - La Spezia
Le opere di Mordacci
La scultura è arte difficile, insidiosa, ingannevole, bisognosa d’ininterrotto impegno nella fase ideativa e in quella esecutiva allorché si concretizzano e s’inverano le forme dalla cui lettura si colgono i messaggi segretamente custoditi  nella materia lavorata. Così, prendono corpo commoventi Maternità, raffinate figure femminili, busti, ritratti, drammatiche ed efficacissime composizioni sacre ed altri suggestivi modelli scultorei. Trapassati da una giovane e fresca linfa costituiscono un insieme che si eleva a simbolo di bellezza, di afflato umano e di segno di speranza.
Altrettanto impegnativa è la tecnica xilografica, tanto partecipe della storia artistica della Spezia grazie alla più che trentennale stagione della rassegna L’Eroica, fondata da Ettore Cozzani e Franco Oliva, che ha lungamente appassionato Mordacci. Ferruccio Battolini, più volte a lui vicinissimo anche nelle mostre del gruppo La Spezia, tenuto a battesimo a Lugano (Galleria Giardino) nel 1959, comprendente con Mordacci, Carlo C. Datola, Carlo Giovannoni e Angelo Prini, lo considerava con avvedutezza “uno xilografo che ha forte il senso dell’intaglio e del risparmio grafico, che sa unire gentilezza e vigore, prontezza e riflessione”.
La testimonianza scultorea di Mordacci dà luce alla tradizione spezzina, che annovera stimatissime figure, quali Angiolo Del Santo, il già citato Enrico Carmassi, Arduino Ambrosini, Italo Bernardini, Augusto Magli, Guglielmo Carro, Carlo Giovannoni, Manlio Argenti, Giancarlo Calcagno, Ebrefe Marconi, Pineta Giachino, Lia Godano, senza trascurare le considerevoli vicende artistiche di Carlo Fontana, nativo di Carrara ma sarzanese d’adozione, e di Berto Lardera, residente a Parigi dal 1947, la cui statura ha raggiunto dimensioni internazionali. Forse, questa mostra, e sarà anch’esso un risultato positivo, stimolerà i visitatori a riscoprire e riflettere sia sul lavoro di Rino Mordacci sia su quello di tanti suoi lodati colleghi, compresi quelli di generazioni successive che onorano l’arte  e la nostra città. 


Valerio P.Cremolini

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