venerdì 8 novembre 2013

MUSEO DIOCESANO LA SPEZIA: MOSTRA DEDICATA A GUGLIELMO CARRO - INTERVENTO INTRODUTTIVO DEL CRITICO VALERIO P. CREMOLINI

Giovedì pomeriggio alla presenza del prefetto Giuseppe Forlani, del vescovo monsignor Luigi Ernesto Palletti, dell’assessore alla Cultura Diego Del Prato e di tantissimi concittadini è stata inaugurata al Museo Diocesano della Spezia la mostra dedicata allo scultore Guglielmo Carro (1913-2001) nel centenario della nascita. Proponiamo di seguito l’intervento introduttivo del critico Valerio P.Cremolini.

In questo tempo di guida pastorale della diocesi spezzina,
rev.mo vescovo,Ella avrà certamente ammirato le non
Museo Diocesano
IlVescovo monsignor Luigi Ernesto Palletti, 
il prefetto Giuseppe Forlani,

l’assessore alla Cultura Diego Del Prato 

poche opere d’arte custodite nelle chiese della provincia. In parte sono state realizzate da ottimi artisti di provenienza locale. Questa vasta fioritura di opere conferma come il dialogo fra la chiesa e gli artisti, tema tanto caro ed in più occasioni avvalorato da significativi documenti di pontefici del nostro tempo, si sia efficacemente concretizzato anche nel nostro territorio, rendendo, con le parole dell’indimenticabile Giovanni Paolo IIanche un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune”.
Scorrere le numerose pagine che compongono, in particolare, la storia della scultura spezzina ci si rende conto come essa non sia caratterizzata da episodi effimeri e di scarsa rilevanza estetica. Al contrario, si è chiamati a confrontarci con una vera e propria scuola, scandita dal protagonismo di autorevoli artisti.

È noto il ruolo che hanno avuto Angiolo Del Santo ed Enrico Carmassi (quando una doverosa mostra?) e come i loro insegnamenti abbiano giovato ai frequentatori dei loro studi. Non aggiungo nulla di nuovo nel ripetere i nomi di Augusto Magli, Italo Bernardini, Arduino Ambrosini, Carlo Giovannoni, quello della meno nota Pineta Giachino, la quale in un suo denso e commovente scritto dedicato a Del Santo, immediatamente dopo la sua scomparsa, affermava che “chi ha studiato con Del Santo può vantarsi di saper disegnare”. Ed ancora Rino Mordacci, la cui testimonianza   artistica abbiamo rivisitato di recente, al Diocesano, in tre successive mostre, Guglielmo Carro, di cui diremo, ed Ebrefe Marconi.
Guglielmo Carro
Cristo a Cafarnao 1965-1966
Nei giorni scorsi è mancato a Genova, città in cui risiedeva, il professor Franco Sborgi, ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Genova, figura di notevole spessore culturale ed umano, che, come ha scritto Marzia Ratti in un condivisibile ed affettuoso messaggio di cordoglio,“ha contribuito a far conoscere e valorizzare il patrimonio culturale delle città liguri, di Genova e della Spezia in particolare”. Ebbene, nel suo documentato e fondamentale volume sulla “Scultura in Liguria nel Novecento”, Sborgi ha  dedicato più pagine alle figure che tanto prestigio hanno arrecato alla scultura ligure e non solo. Tra di esse non ha omesso il nostro Guglielmo Carro, che con don Cesare Giani, Fabrizio Mismas, Pierluigi Acerbi e Gianluca Carro, abbiamo voluto ricordare con un, a nostro avviso, persuasivo omaggio espositivo nel centenario della nascita.

La retrospettiva, il cui allestimento è stato condizionato dalle caratteristiche dello spazio a disposizione, propone sculture, alcuni dipinti, ed una nutrita e convincente serie di lavori grafici, dai quali si evince l’importanza attribuita dallo scultore al disegno, che per molti studiosi del lontano passato ed anche del presente è considerato a ragione un esercizio che precede sia la pittura che la scultura.
Guglielmo Carro
Portale S.Maria Assunta 1999
Quattro sculture, “Madonna con Bambino”, “I Santiquattro coronati”, la formella dedicata  a “S.Antonio Maria Gianelli”, emblematicamente rappresentativa della pluridecennale e complessa vicenda legata alla realizzazione del portale che nel 1999 è stato collocato nella vicina chiesa abbaziale  di Santa Maria Assunta ed un pregevole bozzetto in plastilina del medesimo portale, è la prima volta che sono comprese in una mostra di Carro. Così, per la prima volta, sono esposti lavori grafici, che esemplificano tecniche diverse e con esse la versatilità dell’artista.
Potrete ammirare “Fantasia”, esposta nel 1956 nella III Mostra della Grafica di Costume, nell’ambito dell’VIII Premio nazionale di Pittura “Golfo della Spezia”. Un dipinto del 1949 richiama la partecipazione di Carro al “Gruppo dei Sette” e la sua temporanea attenzione alla ricerca astratta. Si pone come prologo di questa mostra il bassorilievo “Cristo a Cafarnao”, riferito agli anni 1965-66 che accoglie i visitatori del Museo Diocesano fin dalla sua apertura.
Evito di indugiare sulle note biografiche e sulle più importanti mostre di Guglielmo Carro che sono state sinteticamente riportate nel pieghevole che accompagna questa retrospettiva, così non mi soffermo sull’elenco delle numerose sculture dell’artista custodite in sedi pubbliche, collezioni private e in chiese cittadine.
Nell’organizzare questo incontro e per avvalorare  ulteriormente l’opera di Carro e meglio conoscere l’uomo e l’artista abbiamo  ritenuto di proporre una conferenza che avrà luogo Venerdì  15 novembre, alle ore 17.30, sempre al Museo Diocesano e che avrà come relatore il professore Fabrizio Mismas, che di Carro è stato collega al Liceo artistico di Carrara,  collega in quanto lui stesso stimatissimo scultore, ed assiduo frequentatore del suo studio. Un vero amico di Carro.

Permettetemi, nella fase conclusiva di questa breve introduzione alla mostra, di esprimere alcune rapide considerazioni  sullo scultore.
Guglielmo Carro
Ho scritto e lo ribadisco che Carro non è un artista locale. La sua opera, sostenuta da una ricca cultura, che spazia dal Trecento sino alle innovative soluzioni plastiche del secolo scorso, dialoga con quella di esimi colleghi suoi contemporanei. Con una prodigiosa modellazione leggera, rapida e sintetica Carro ha interpretato con uguale partecipazione sia temi sacri sia altri di diverso contenuto.
 I ritratti, sottolineati dalla pienezza della forma, rivelano la verità delle persone.
Egli, infatti, si ritrova nei suoi lavori, che compongono un catalogo non sterminato, bensì volutamente contenuto. Tutto di alta qualità espressiva ed estetica.
Ho conosciuto Carro come persona schiva, incapace di emulare né di ostentare; un uomo dotato di straordinaria sensibilità e di non comune semplicità. Talvolta esprimeva ruvidezza, ma era commovente la sua docilità. Privilegiava il dubbio alla ingannevole certezza. Ritengo che soffrisse durante il processo formativo dell’opera, esternando comunque una magistrale sapienza esecutiva.
Qualche parola, infine, su Carro e il sacro.
Il suo è un atteggiamento fortemente riflessivo, che traguardava un ordine, una misura, una autonomia stilistica. In molti lavori si toccano davvero con mano sentimenti di una religiosità mai scontata.
Per sviluppare plasticamente i temi della pietà e dell'amore non occorrono solo nozioni tecniche,
ma una sincera ansia di assoluto che si coglie, ad esempio, nel portale in bronzo di S. Maria Assunta. Ma non solo.
È un'opera che trasmette una eloquente carica meditativa sull’esistenza umana, esaltata dalle virtù della fede e della carità. Si addice a Carro un pensiero dello scultore Pericle Fazzini a commento della grandiosa Resurrezione collocata in Vaticano nell'aula Paolo VI.
Desidero ripeterlo:”Questa scultura - dichiarava l'artista ascolano – è stata per me una grande preghiera conscia ed inconscia. Ogni giorno lavoravo come se qualcuno sopra di me guidasse la mia mano e il mio cervello perché potessi raggiungere il cielo”.
Anche Carro, mentre modellava, ricercando non senza fatica la sua idea di perfezione consciamente o inconsciamente pregava.

Valerio P.Cremolini


domenica 3 novembre 2013

SALA CARGIA' SPONSOR DELL'OPERA LIRICA " SUOR ANGELICA " DI GIACOMO PUCCINI

....Invito all'Opera


Sala Culturale CarGià 

si onora di essere sponsor dell’evento



“Suor Angelica”  Opera Lirica in un atto – Coro Lirico La Spezia 

Teatro Palmaria – La Spezia


  9 Novembre  ore 21,00

10 Novembre ore 19,00     Ingresso Euro 15,00

 

Regista  Fabrizio Mismas

Scenografia  Franca Puliti

Trucco   Anna Klarel

Luci   Luciano Rollo

M° collaboratore   Elisabetta Taviani – Miky Kitaya

Direttore   Massimiiano Piccioli

Orchestra   Puccini Ensemble

 

Nuovo importante appuntamento con il Coro Lirico La Spezia che propone due rappresentazioni il nove e dieci Novembre al Teatro Palmaria di La Spezia con la messa in scena dell’opera: Suor Angelica opera lirica in un atto scritta da Giacomo Puccini su libretto di Giovacchino Forzano.

Un impegno costante quello del Coro Lirico La Spezia  che, dopo il felice debutto  al Teatro Palmaria nello scorso dicembre, con La Traviata di Giuseppe Verdi, non ha smesso di collezionare applausi esibendo la stessa opera questa estate, sul palcoscenico sotto le stelle di Portovenere. Un impegno serio, quello del Coro lirico La Spezia, importante costante e riconosciuto anche dalle istituzioni che hanno patrocinato tutti gli eventi e premia l’intento del progetto artistico culturale che ha come obiettivo di diffondere la cultura e la bellezza del bel canto.

Il tenore Kentaro Kitaya, direttore del coro ha  scelto di mettere in scena “Suor Angelica” e curato la preparazione del coro, che sarà diretto da Massimiliano Piccioli.

Le soliste:

Suor Angelica  Cristina Martufi

La zia Principessa  Keiko Ueda

La Badessa  Sabrina Paluzzi

La Suora Zelatrice  Tiziana Bigini

La maestra delle novizie  Anna D’Acunto

Suor Genovieffa  Monica Faretra

Suor Osmina  Linda Dal Degan

Suor Dolcina  Ezia Di Capua

La Suora infermiera  Alice Gozzi

La cercatrice  Felicita Brusoni – Lidia Di Giovanni

La novizia  Alessandra Candido

Le converse  Carmen Venturini

 

L’opera sarà preceduta da un concerto d’arie d’opera :
Soprano: Cristina Martufi: “Vissi d'arte “ dalla Tosca di Puccini.
Soprano: Keiko Ueda:         “Una voce poco fa “ dal Barbiere di Siviglia di Rossini
                                           “Voi che sapete dalle Nozze di Figaro “ di Mozart
Tenore: Kentaro Kitaya :      “Alla paterna mano” da Macbet di Verdi
                                           “ E lucevan le stelle” dalla Tosca di Puccini.

L’opera “ Suor Angelica “ fa parte del Trittico ( Suor Angelica, Il tabarro, Gianni Schicchi )

La prima assoluta ebbe luogo il 14 dicembre 1918 al Metroplitan di New York. E’ tra le poche opere a contenere solo personaggi femminili. Fra le opere che compongono il trittico era la preferita da Puccini

 

Suor Angelica - Trama

L'azione si svolge in un monastero, verso la fine del XVII secolo. 
Suor Angelica (soprano) da sette anni è in un monastero per volontà della sua aristocratica famiglia che l’ha costretta alla clausura per aver avuto un figlio al di fuori del matrimonio. 
Nonostante la vita di preghiera non può però dimenticare il bambino avuto dall'illecita relazione che fu la causa del suo ritiro dal mondo. 
Per sette anni ha atteso una visita e grande emozione suscita nella suora la notizia dell'imminente arrivo di sua Zia Principessa. 
Ma la donna, divenuta amministratrice dei beni di famiglia dopo la morte dei genitori di Angelica, le chiede di firmare un atto di rinuncia al patrimonio, mentre implacabile le annuncia che il suo bambino è morto. 
Disperata, Angelica decide di suicidarsi ingerendo un veleno distillato con i fiori raccolti nel giardino del convento. 
In preda al rimorso per il peccato commesso, la suora invoca la Vergine che le appare circondata di luce e accompagnata da una musica celestiale. 
In segno di perdono la Madonna sospinge un bimbo fra le braccia della morente.

Brani celebri

§                          La Zia Principessa e Suor Angelica
§                          Il principe Gualtiero vostro padre
§                          Suor Angelica, Senza mamma, bimbo
§                          Suor Angelica, Amici fiori.

 

GIACOMO PUCCINI  Giacomo Antonio Domenico Michele Secondo Maria Puccini (Lucca, 22 dicembre1858  Bruxelles, 29 novembre 1924) è stato un compositore italiano, considerato uno dei massimi operisti della storia.

Il 22 Dicembre 1858 Giacomo Puccini nasceva a Lucca, quinto di nove figli e ultimo discendente di una singolare dinastia che in un arco temporale di un secolo e mezzo aveva dominato la vita musicale lucchese. Rimasto orfano di padre, trascorse la sua giovinezza tra la casa di famiglia a Lucca e la casa estiva di Celle; all’età di nove anni entrò in seminario e iniziò a suonare l’organo nella Cattedrale di Lucca. Ma Puccini preferiva l’opera. Alla fine del 1880, dopo aver ottenuto il diploma all’Istituto Musicale Pacini di Lucca, proseguì gli studi al Conservatorio di Milano. Il soggiorno milanese fu un periodo importante per il giovane Puccini che venne in contatto con il mondo musicale del periodo e il movimento della Scapigliatura (un gruppo di intellettuali che intendeva ribellarsi alle forme auliche dell’arte e rifarsi alla libera ispirazione e alla fantasia). Incontrò Pietro Mascagni e condivisero una stanza per alcuni mesi. Nel 1883 finì i suoi studi, ottenne il diploma con la composizione Capriccio Sinfonico , che rivelò immediatamente il genio del maestro. Il primo aprile dello stesso anno, la rivista Il Teatro illustrato pubblicata dall’editore Sonzogno annuncia un concorso per artisti esordienti per un’opera inedita in un atto. Puccini compose Le Villi . Ma l’opera non vince e non viene nemmeno menzionata fra i lavori degni di considerazione. L’opera comunque venne rappresentata il 31 Maggio 1884 al teatro Dal Verme di Milano, grazie a una sottoscrizione firmata da amici e investitori influenti. Il successo, sia di critica che di pubblico, fu entusiastico. “ Il compositore che l’Italia stava aspettando…” scrisse Il Corriere della Sera e Marco Sala affermò:”l’opera di Puccini è un piccolo prezioso capolavoro dall’inizio alla fine”.
Questo primo successo permise a Puccini di firmare il suo primo contratto con un grande editore: Giulio Ricordi. La sua seconda opera Edgar (La Scala di Milano, Aprile 1889) non raggiunse il successo sperato. Ricordi continuò ad avere fede in lui e sostenne Puccini per molti anni per aiutarlo nella sua affermazione. Con la sua terza opera Manon Lescaut (Torino, Teatro Regio, Febbraio 1893) arrivarono la fama ed il successo. Puccini aveva 35 anni. Si stabilì a Torre del Lago con Elvira e il figlio Antonio. Qui sulle sponde del lago Massaciuccoli, scrisse la maggior parte delle sue opere: La Bohème (Torino, Teatro Regio, Febbraio 1896), Tosca (Roma, Teatro Costanzi, Gennaio 1900), e Madama Butterfly (Brescia, Teatro Grande, Maggio 1904). Da questo momento in poi, Puccini è famoso in tutto il mondo e compie numerosi viaggi per assistere alle rappresentazioni delle sue opere in Europa ed in America: La fanciulla del west (New York, Metropolitan Opera, Dicembre 1910), La Rondine (Montecarlo, Marzo 1917), Il Trittico (New York, Metropolitan Opera, Dicembre 1918), fino all’ultima grande opera per cui il maestro è rimasto a lungo dubbioso prima di scegliere Turandot dal commediografo veneziano Carlo Gozzi. Sebbene gravemente malato, Puccini lavorò a Turandot fino alla fine, anche se la lasciò incompiuta.
Si sottomise ad un intervento chirurgico per un cancro alla gola a Bruxells il 24 Novembre, e morì pochi giorni dopo il 29 Novembre 1924.


COMUNICATI STAMPA a cura di Ezia Di Capua
Per leggere gli articoli clicca sui link:
Ezia Di Capua


sabato 2 novembre 2013

EZIA DI CAPUA BLOGGER: il mio grazie ai lettori - raggiunte le 50.000 visite

EZIA DI CAPUA BLOGGER : ringrazia i  lettori – 50.000 VISITE

clicca sull'immagine per leggere


SALA CARGIA’: L’ Arte di trasmettere Arte 
 
50.000 visite. Eccellente il risultato raggiunto dal Blog di Sala CarGià a soli due anni e mezzo dalla sua messa in rete.
In qualità di unica curatrice del Blog e di tutti i progetti di Promozione d' Arte e Cultura relativi a Sala CarGià, ringrazio vivamente quanti mi seguono con entusiasmo in questo cammino  artistico.

Il Blog di Sala CarGià è letto in tutto il mondo,  ringrazio in modo particolare i lettori delle seguenti Nazioni:

ITALIA, STATI UNITI, FEDERAZIONE RUSSA, REGNO UNITO, GERMANIA, FRANCIA, THAILANDIA, GIAPPONE, ALBANIA, AUSTRALIA, PAESI BASSI, SPAGNA, SVIZZERA, BRASILE, UCRAINA, TERRITORI PALESTINESI, GEORGIA, ROMANIA, COSTA RICA, MALTA, ISRAELE, INDIA, REPUBBLICA CECA, GRECIA, COSTA D'AVORIO, VENEZUELA, CINA, BOSNIA ERZEGOVINA, AUSTRIA, MONACO, SVEZIA, CROAZIA, COREA DEL SUD, SLOVENIA, MONTENEGRO, IRLANDA, NORVEGIA, POLONIA, CANADA, TAIWAN, BAHAMAS, BELGIO, TURCHIA, DANIMARCA, BULGARIA, ARGENTINA, MOLDAVIA, COLOMBIA, AFGHANISTAN, REPUBBLICA DI MACEDONIA, CIPRO, FILIPPINE, BANGLADESH, ...

….Grazie di cuore
Ezia Di Capua


UN RICORDO DEL PIAVE: Racconto di Franco Ortis

  
" Un ricordo del Piave", racconto  scritto da  Franco Ortis descrive un’esperienza realmente vissuta all’ospedale di La Spezia nell’ottobre del 1984.
Il racconto è stato letto all’epoca, dal prof F. Ortis ai suoi alunni del Liceo Scientifico Pacinotti di La Spezia che commossi  hanno dedicato alla lettura  disegni molto belli, quello pubblicato è stato scelto tra i più significativi.  
Il racconto non è stato mai pubblicato .
Sono lieta di renderlo pubblico nel Blog di Sala CarGià proprio a novembre, mese dedicato a tutte le persone che non sono più con noi.
Ezia Di Capua 

Un ricordo del Piave

Entrammo quasi in punta di piedi, quella sera , io e mia moglie , nel reparto ortopedico dell’Ospedale.
Grafica dedicata al racconto - 1984
Erano le 21 passate da poco.
Una sottilissima pioggerella, ma forse una leggera nebbiolina, non riusciva a infastidire il nostro procedere e poi rinfrescava l’aria: si stava bene.
Era un sera molto quieta, la luna era nascosta dietro le nubi e solo ogni tanto faceva capolino senza per’altro riuscire a illuminare la città avvolta nel silenzio.
Su per i viali dell’Ospedale, sale i ticchettio dei nostri passi registrava il suo rumore. Le luci che qua e là trapelavano dalle finestre dei padiglioni creava ombre spettrali rese ancor più vive dallo stormire delle fronde alitate dalla leggera brezza notturna.
Un odore di stantie solleticò le mie nari, un infermiere ci salutò gentilmente sparendo dietro una porta sulla quale si leggeva ‘’ Privato ‘’ .
La stanza dove giaceva mio suocero, degente per frattura femorale, era appena rischiarata da un fioca luce.
Il respiro affannoso di un malato mi rabbrividì, pareva aleggiare tra le pareti il commento misterioso della morte.
Salutai tutti con un rapido giro del capo.
Il rantolo che avevo sentito era del signore vicino al letto di mio suocero.
Un infermiere era intento a dargli l’ossigeno, vicino a lui la figlia piangeva mentre il marito si prodigava per portare un po’ di conforto al vecchio suocero ammalato.
TINA ! sentii urlare ad un tratto da una voce stentorea alle mie spalle. Mi volta.
Uno degli ammalati sembrava essere andato fuori di senno.
Mi avvicinai al suo capezzale e l’ammalate, un vecchio cui si era rotto il femore, fu lieto di vedermi.
Gli presi subito la mano.
Povero vecchio; tutto solo nel suo intimo, in quella desolante stanza di ospedale, chiamava a perdifiato la sua Tina che da anni, a quanto avevo saputo da partenti di altri ammalati , non lo sentiva più: era morta di mal sottile.
Stia calmo, gli dissi, non si agiti, vedrà che domani starà meglio.
Cercai di farlo sorridere con una battuta e continuai:
‘’ il sole entrerà nella stanza e lei si sentirà un altro, un baldo cavaliere sul suo bianco destriero alla ricerca della sua Tina che ora non può venire da lei ’’.
Tina, mormoravano le sue secche labbra che inumidii con un po’ d’acqua.
Lui mi guarda con occhi buoni mi strinse la mano che io avevo fra le mie e sentii tra le gote un bruciore caldo di una lacrima.
Si lasciò andare ai ricordi… 
‘’ Lei è buono, sa: mi tiene la mano e io veramente mi sento sollevato nel cuore ‘’.
Ansimava un po’ nel parlare ma era lieto di poter dire qualche parola.
‘’ è mai stato sul Piave? ‘’
No, gli risposi, so che deve essere tremendamente bello ’
‘’ è bello, certo come tutta la natura è bella; il mio ricordo va’ lontano, nel tempo, ai miei 20 anni ‘’.
‘’ L’annoio forse, me lo dica; non parlo mai con nessuno e vorrei tanto qui la mia Tina ‘’ .
‘’ L’ascolto volentieri, mi dica tutto ciò che vuole, ma cerchi di non affaticarsi ‘’.
‘’ Avevo 20 anni ed ero al servizio della patria che ci aveva chiamati in armi ‘’.
Mi  sembrò di vederlo, alto bello e fiero in quella sua divisa di fante in quelle eroiche giornate della grande guerra.
‘’ Fu una giornata campale ‘’ , continuò, ‘’ lei non può nemmeno immaginarsela ‘’
Il cielo era rosso color sangue, il cannone tuonava in continuazione, e tutto intorno era il nostro sangue immolato per la nostra bella Italia.
Parlava bene e io in silenzio lo ascoltavo, avvinto da quel suo semplice racconto, colmo di future speranze, vive nella sua memoria.
‘’ Un fumo nero giungeva da più parti mentre le pallottole dei ta-pum, fischiavano la loro canzone mortale.
Le ombre dei nostri corpi di vivi e dei loro di morti, erano forme, accucciate fra le erbe della riva e si allungavano sulle acque del fiume che implacabile scorreva verso valle rumoreggiando fra le pietre con la sua voce ribelle.
A me intorno era il silenzio di morte rotto dal rantolo dei feriti e dalle preghiere del cappellano.
Ad un tratto sentii una mano che cercava la mia e io l’afferrai.
Non mi ero accorto di quel soldato ferito che era ferito vicino a me e ora lui cercava il mio aiuto, il sollievo di un contatto umano.
Strinsi quella mano ormai esangue che anelava alle mie e infusi silente coraggio in quel ragazzo della mia stessa età proprio come ora lei fa’ con me.’’
Si voltò dall’altra parte tentò di urlare ancora una volta il nome di sua moglie Tina, ma la sua voce sembrava rantolare.
Nessuno , nella stanza fece caso a lui.
‘’ Come si chiama, mi chiese ’’. Franco risposi.
‘’ Franco, soffro tanto e non ce la faccio più , sono stanco mio giovane amico ‘’.
Cercai di confortarlo e risento la mia voce, suadente, non so’ fino a che punto che gli diceva come domani sarebbe stata veramente una giornata stupenda, e come la sua Tina sarebbe venuta a trovarlo e a farlo contento.
Nel dirgli queste, ricordo di aver cercato una luce fuori dalla finestra, nel buio di quella triste serata d’autunno e di aver abbandonato per un attimo il suo bel viso.
Non mi rispose e quando nuovamente lo guardai, vidi che mi fissava intensamente con gli occhi sbarrati e incantati come quelli di un bambino felice.
Povero vecchio, un tempo soldatino del Piave e capii.
Abbandonai la sua mano che nascosi sotto il lenzuolo con il quale lentamente gli coprii il viso.
Nessuno si era accorto di nulla.
Avvisai l’infermiera, mi avvicinai alla finestra e guardai oltre i vetri.
La luna era tornata a sorridere all’innamorati in tutto il suo splendore sapevo che due anime belle giocavano ora con lei lungo li stellati sentieri dell’infinito.


Franco Ortis



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