|
"Sette stagioni di grande
lirica: il Coro Lirico La Spezia affida la sua nuova Bohème alla
regista Stefania Giorgia Butti"
Esiste un
filo rosso che collega il rigore del teatro barocco alla vitalità
del verismo, la disciplina del canto lirico alla fisicità della
pedagogia di Jacques Lecoq. Questo filo è stretto saldamente nelle
mani di Stefania
Giorgia Butti,
artista
poliedrica la cui carriera sembra muoversi con la precisione di un
metronomo e la passione di un’aria pucciniana. Formatasi alla
Civica Scuola di Musica "Claudio Abbado" e specializzatasi
in Regia d’Opera al Teatro Coccia sotto la guida di Deda Cristina
Colonna, la Butti appartiene a una nuova generazione di registi
capaci di integrare visione artistica, competenza organizzativa
(affinata alla Berlin Opera Academy) e sensibilità pedagogica (come
formatrice ASLICO). Già Mimì sul palco del Teatro Lirico di Milano
e futura firma di una Turandot internazionale
che toccherà USA e Asia nel 2026, Stefania Giorgia Butti porta al
Teatro Civico una Bohème che
promette di essere, prima di tutto, un’esperienza di profonda
verità umana.
L’INTERVISTA
Regista, ma con un passato (e un
presente) da soprano. Stefania hai interpretato il ruolo di Mimì al
Teatro Lirico di Milano. In che modo aver "abitato"
fisicamente e vocalmente questo personaggio influenza il tuo modo di
dirigerlo oggi?
Sono davvero onorata della
collaborazione con il Coro Lirico La Spezia e della possibilità di
riprendere in mano La Bohème, questa volta con uno sguardo
dall’esterno come regista. Conoscere questa meravigliosa opera
partendo dalla musica e dal personaggio di Mimì è qualcosa di
immensamente speciale. Averla vissuta dall’interno, respirandone
ogni sfumatura emotiva e vocale, mi permette oggi di affrontarla con
una consapevolezza più profonda, empatizzando con le sue fragilità,
ma conoscendo anche la sua forza. Questo sicuramente mi aiuta poi nel
guidare gli interpreti, entrando nelle loro difficoltà e
accompagnandoli in modo concreto verso una direzione per loro il più
possibile vera ed efficace.
"Il TeatroCivico
della Spezia è un gioiello di architettura storica che impone un
dialogo serrato tra palcoscenico e platea. Qual è il cuore della sua
visione per questo specifico allestimento spezzino e come inviteresti
la città a riscoprire una Bohème che, sotto la tua regia, promette
di essere tanto rigorosa quanto profondamente umana?"
Mi piace immaginare i
nostri Bohémienne come personaggi di un dipinto impressionista,
ognuno definito da pennellate di colore e tratteggio diverso che ne
descrive la propria interiorità e viaggio personale. Come nella vita
vera, ognuno viaggia solo, ma sono gli incontri e le relazioni che
costruiamo sul cammino a plasmarci come esseri umani. I personaggi de
La Bohème sono giovanissimi, si affacciano quasi disarmati su un
mondo complesso, vivono alla ricerca della libera espressione di sì
stessi rifiutando i valori materiali come fine ultimo della vita, ma
subiscono le dure conseguenze reali della povertà. Nella mia lettura
dell’opera, sono proprio i pochi oggetti materici in loro possesso
a rivelare l’interiorità dei personaggi. Ogni protagonista è
legato a uno o più oggetti che non hanno mai un valore semplicemente
materiale o consumistico, ma custodiscono memorie, affetti e
relazioni. Sono tracce vive del loro mondo emotivo. Basti pensare
alla cuffietta rosa che unisce Mimì e Rodolfo, o alla vecchia
zimarra di Colline a cui Puccini affida un’intera aria: non è un
dettaglio casuale, ma un gesto profondamente narrativo. In questi
oggetti si concentra ciò che i personaggi sono stati e ciò che
provano. Quando il destino bussa, non sono gli oggetti accumulati a
darci gioia, ma il calore delle relazioni. È come un trasloco
emotivo: le stanze del cuore si svuotano, il superfluo svanisce e
resta solo l’essenziale, il senso autentico del nostro viaggio. E
lì, nonostante il dolore, in quell’abbraccio si rinasce.
Questa produzione celebra la settima
stagione dell’Associazione Coro Lirico La Spezia al Teatro Civico,
che ripropone La Bohème dopo undici anni . Cosa stupirà
maggiormente il pubblico spezzino in questa nuova edizione rispetto
quella prodotta nel 2014 e alla tradizione?
Ogni allestimento
nasce da uno sguardo diverso, e ogni produzione è speciale a modo
suo. Tengo molto a rispettare il testo e la drammaturgia, e mi piace
lavorare sulle sfumature dello spartito per capire davvero cosa
compositore e librettisti volessero raccontare. In questa produzione
l’ambientazione e i costumi saranno tradizionali, ma cercherò di
esprimere questo senso di “materialismo simbolico” e di “trasloco
emotivo” attraverso un particolare uso dell’attrezzeria e degli
oggetti di scena. L’obbiettivo è quello di restare fedeli alla
tradizione, ma con uno sguardo personale e simbolico coerente con la
drammaturgia.
C’è un dettaglio della partitura
che da cantante ti sembrava un ostacolo e che da regista è diventato
invece una chiave di lettura?
Devo ammettere che sia
come cantante che come regista, ho sempre trovato molto sfidante
l’approccio con il Terzo Quadro. Da interprete è un momento
molto intenso da un punto di vista tecnico ed emotivo: siamo già
oltre metà dell’opera e serve gestire bene le energie, mentre il
lato più drammatico di Mimì emerge con forza. Dal punto di vista
registico, invece, il ritmo cambia rispetto alla vivacità del
Secondo Quadro: diventa più raccolto, ma la tensione deve restare
viva, perché qui si entra nel cuore della vicenda con il
peggioramento della malattia di Mimì. Per questo motivo è
importante lavorare con attenzione sulle motivazioni dei personaggi e
sulle intenzioni che guidano le loro scelte, così da rendere tutto
il più possibile credibile e coinvolgente.
La tua formazione vanta lo studio
sulla maschera neutra con Kuniaki Ida, secondo la pedagogia di
Jacques Lecoq. La Bohème è un’opera fatta di piccoli
gesti e relazioni serrate: come hai tradotto la "consapevolezza
del corpo" in una soffitta dove il freddo e la fame devono
diventare azioni fisiche reali e non solo convenzioni teatrali?
Il lavoro sulla
maschera neutra di Lecoq permette di entrare in contatto con le
emozioni attraverso il corpo, prima ancora che attraverso il volto,
che spesso rischia di cadere in espressioni stereotipate. Da qui
nasce una ricerca di movimenti che siano al tempo stesso funzionali
alla scena e autentici, lontani dal cliché. Nel lavoro in
palcoscenico con gli artisti cerco di proporre una mia visione, ma
anche di lasciare spazio all’ascolto: le loro esigenze e la loro
idea del personaggio sono fondamentali. L’obiettivo è costruire
insieme un’espressione credibile, che nasca dal testo e dalle
intenzioni profonde dei personaggi.
Un punto centrale del
tuo percorso è il Master con Deda Cristina Colonna, maestra
della gestualità barocca. In un’opera così viscerale come quella
pucciniana, quanto ti serve quel rigore formale per "pulire"
la scena dagli eccessi del melodramma e arrivare alla "verità
interpretativa" che hai approfondito con Pietro De Pascalis?
Gli studi con Deda
Cristina Colonna sono stati fondamentali per la mia formazione: ho la
fortuna di poterla chiamare Maestra ed è da lei che ho imparato
molto del mio approccio. Insieme abbiamo approfondito l’importanza
dello spazio, della profondità scenica e sicuramente abbiamo in
comune un gusto e una visione di teatro simbolico e contemporaneo,
aperto alla sperimentazione, ma sempre nel rispetto del testo. Con
Pietro De Pascalis, invece, ho lavorato soprattutto sulla presenza in
scena: sul riuscire a stare in palcoscenico in modo autentico, senza
pregiudizi, imparando davvero a lasciarsi guardare. In entrambi i
percorsi, il punto di incontro è la centralità del corpo e della
relazione con gli altri: è da lì che nasce una narrazione viva,
capace di restare nel qui e ora e di arrivare a una verità
espressiva.
Il tuo futuro prossimo
è segnato da una Turandot globale tra Italia, Stati Uniti
e Asia nel 2026. Approcciarsi oggi all’intimità di Bohème in
uno spazio storico come il Teatro Civico della Spezia rappresenta per
te un esercizio di introspezione o una sfida per sottrazione, in
attesa delle grandi masse del repertorio tardo-pucciniano?
Non si tratta di
sottrazione, ma di un uso diverso dello spazio scenico. A La Spezia
il palcoscenico del Teatro Civico è più intimo e compatto: qui la
vicinanza tra artisti e pubblico permette di concentrarsi sulle
sfumature, sui dettagli, sulla tensione emotiva, e di far emergere
con più delicatezza le relazioni e i legami tra i personaggi.
Turandot è invece per antonomasia un’opera legata al macro e alle
grandi masse, in particolare in Corea e in Cina dove il palcoscenico
è molto ampio ho dovuto lavorare molto sull’apertura delle scene,
sull’impatto visivo e sulla forza collettiva, senza però perdere
di vista l’interiorità dei personaggi. La regia che porto avanti
con la mia collega e co-regista Livia Lanno è volta ad osservare e
immaginare un viaggio interiore del protagonista Calaf, alla ricerca
dell’accettazione e cura di un trauma irrisolto e quindi
indirizzato alla sua evoluzione emotiva e psicologica. In questo
senso affrontare La Bohème oggi è per me un segno di continuità:
cambiano le dimensioni dello spazio scenico, ma l’obiettivo resta
lo stesso, quello di raccontare storie con profondità emotiva,
verità psicologica e autenticità interpretativa, a prescindere
dalla grandezza del palcoscenico.
Avendo firmato lavori
come Juliette e opere contemporanee, quale aspetto della
struttura drammaturgica di Puccini trovi ancora oggi rivoluzionario?
C’è un sottotesto nel libretto di Illica e Giacosa che hai deciso
di illuminare per parlare al pubblico del 2026?
Credo che La
Bohème parli ancora tantissimo ai giovani di oggi, in
particolar modo ai Millenial e alla Gen Z, generazioni che hanno
vissuto molte difficoltà nel loro affacciarsi al mondo degli adulti
e che spesso si trovano a vivere una condizione di precarietà anche
dopo i trent’anni, ma che continuano comunque a modo loro ad essere
sognatori. Trovo rivoluzionaria
proprio la scelta di Puccini di partire da un testo che racconta
“Scene della vita di Bohème”, qui non ci sono più grandi eroi o
vicende lontane, ma frammenti di vita semplice e quotidiana. In
questo senso, il sottotesto che mi interessa far emergere è proprio
questa umanità semplice e fragile, molto vicina a noi, con il loro
bisogno di amare, di trovare il proprio posto nel mondo, di resistere
anche quando le condizioni non sono facili. È qualcosa che, secondo
me, il pubblico di oggi può riconoscere immediatamente sulla propria
pelle.
Come formatrice per i
progetti Opera Domani di ASLICO, tu educhi i più giovani al
linguaggio operistico. Se dovessi sintetizzare l'essenza di questa
produzione per un ragazzo che entra a teatro per la prima volta, su
quale "emozione universale" punteresti la sua lente
d'ingrandimento?
Direi loro che è
difficile racchiudere quest’opera in una sola emozione, ma se
dovessi scegliere una lente attraverso cui guardarla, indicherei la
speranza. È la stessa speranza che Rodolfo canta nella sua
aria, una fiducia fragile ma ostinata nella vita, nell’amore, nel
futuro. Oggi, in tempi
complessi, è facile perdere questa qualità tipica della gioventù e
lasciarsi scivolare nel cinismo. La Bohème non nasconde il
dolore, ci parla di povertà, malattia, perdita e ci ricorda che la
sofferenza fa parte della vita, sta a noi provare a tenere accesa la
nostra scintilla. In fondo, è questo quello che fanno l’opera
lirica, il teatro e l’arte: ci aiutano a restare vivi nonostante il
grigiore della realtà.
Hai un sassolino nella scarpa?
Nessun sassolino, solo tanta voglia
di continuare a sperimentare ed emozionarmi ogni volta che il sipario
si alza su un nuovo spettacolo.
Testo di Ezia Di Capua – Vice
Presidente dell'Ass.ne Coro Lirico La Spezia
Intervista concessa
in esclusiva a Ezia Di Capua per Sala CarGia'
Galleria d'arte per la pubblicazione
integrale nel BLOG © Sala CarGià Blog http://salacargia.blogspot.com, e parziale pubblicazione su
quotidiani online e organi di stampa - ogni diritto è
riservato.
PROFILO DELLA REGISTA STEFANIA GIORGIA BUTTI
Stefania Giorgia Butti è
una regista d'opera che ha costruito la propria identità artistica
fondendo una solida formazione musicale come soprano a una ricerca
teatrale profonda. Dopo essersi diplomata in canto lirico alla Civica
Scuola di Musica Claudio Abbado e aver conseguito un master in regia
al Teatro Coccia di Novara, ha perfezionato il suo approccio scenico
attraverso lo studio della maschera neutra di Lecoq e il training
sulla verità interpretativa. Questa doppia anima di cantante e
regista le permette di coniugare il rigore musicale con un'attenzione
particolare al corpo e alla drammaturgia. Il suo percorso
professionale spazia dalle produzioni contemporanee ai grandi
classici del repertorio. Ha debuttato nel 2023 con Juliette, per poi
firmare diversi titoli per il Teatro Coccia, tra cui Artemisia
Gentileschi. La sua carriera ha preso una dimensione internazionale
grazie al sodalizio con Livia Lanno, insieme alla quale ha vinto il
concorso T4T che la porterà a dirigere Turandot in una tournée
mondiale tra Italia, Stati Uniti, Corea del Sud e Cina nel 2026.
Nello stesso anno curerà inoltre il progetto Orobea legato alle
Olimpiadi Milano-Cortina. Oltre all'attività
registica e alle significative esperienze come assistente per registi
di chiara fama, mantiene un forte impegno in ambito pedagogico come
formatrice per i progetti di Opera Domani con AsLiCo. La sua visione
artistica è costantemente alimentata dalla sua esperienza di
interprete, che l'ha vista calcare palcoscenici prestigiosi come il
Teatro Lirico di Milano, il Teatro Grande di Brescia e il Malibran di
Venezia, garantendole una gestione efficace del lavoro collettivo e
una profonda comprensione delle dinamiche del palcoscenico.
INFO
E BIGLIETTERIA
Opera: La
Bohème di
G. Puccini (Integrale - 4 Atti)
Produzione: Associazione
Coro Lirico La Spezia
Patrocini: Regione
Liguria, Comune della Spezia
Dove: Teatro
Civico della Spezia
Quando: 23
Maggio 2026
Biglietti: Disponibili
presso il Botteghino del Teatro o sui circuiti online autorizzati.
Informazioni
e Biglietteria
L'appuntamento
con la poesia di Puccini è per il 23
maggio al Teatro
Civico della Spezia.
Nota
Bene: I
biglietti per lo spettacolo non
sono ancora in vendita.
Sarà possibile acquistarli prossimamente presso i canali ufficiali
del Teatro.
Contatti
Botteghino Teatro Civico (Ingresso da Corso Cavour, 20
Online
(prossimamente): biglietti.teatrocivico.it
Autor
Profile
- Ezia
Di Capua
Critico
d'Arti Visive e Storica dell'Arte.Operatore culturale e Curatrice di
arte contemporanea, dal 2010 è la mente e l'anima di Sala
CarGià – Galleria d’Arte a San Terenzo, di cui è
Direttrice. Pittrice, vincitrice di molti concorsi. In oltre quindici
anni di attività nel Golfo dei Poeti, ha ideato e condotto
innumerevoli eventi artistici, affermandosi come figura di
riferimento per la promozione culturale del territorio. È
l'ideatrice del © Sala CarGià Blog, magazine online di arte,
cultura e spettacolo. La sua poliedrica formazione spazia dalle arti
plastiche e pittoriche alla scenografia teatrale (recentemente ha
firmato le scene dipinte per La Bohème e La
Traviata 2025), fino alla scrittura: nel 2011 ha pubblicato il
volume “La Misura Dell'Amore”. Dal 2018 Vice Presidente
dell'Ass.ne Coro Lirico La Spezia - Dal 2013 ricopre ruoli di primo
piano nella produzione operistica e nella comunicazione artistica,
curando progetti internazionali di scambio culturale, tra cui la
messa in scena de “L’Elisir d’Amore” a Tokyo e
Osaka. Esperta di semiologia e ricercatrice indipendente, affianca
alla critica d'arte una profonda attività di studio e osservazione
della Lunigiana storica e preistorica a cui sta dedicando la
scrittura di un libro .
 PROMOZIONE D'ARTE CULTURA E SPETTACOLO 2011-2026 a cura di Ezia Di Capua |