Leggere NATO RE MAGIO non equivale semplicemente a sfogliare una testimonianza autobiografica o un diario intimo artistico; è un’esperienza immersiva dentro l’officina concettuale di una delle figure più radicali, poliedriche e inclassificabili del secondo Novecento italiano. Ricevere questo volume direttamente dalle mani di Patrizia Speciale ha aggiunto per me, al testo una vibrazione emotiva e una densità di senso particolari. Nettamente si percepisce, tra le righe, la custodia di una memoria viva, e la fiamma intellettuale che continua a proiettare luce sul panorama dell'arte contemporanea.
Il contesto storico-artistico: oltre la Pop Art. Per comprendere la portata dell'opera e della riflessione di Renato Mambor, occorre ricollocarlo nel terreno fertilissimo della Roma dei primi anni Sessanta. Insieme ai compagni di strada della Scuola di Piazza del Popolo, Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Cesare Tacchi, Mambor scardina i canoni dell'Informale, allora imperante. Tuttavia, mentre la Pop Art americana celebra o decontestualizza il feticcio del consumo, la ricerca di Mambor si muove su un asse sottilmente diverso: filosofico, percettivo, quasi metafisico. I suoi celebri Timbri, i Cartelli, i profilati, gli Uomini statistici e i segnali stradali non sono meri oggetti d'uso o icone mediatiche, ma elementi di un alfabeto visivo teso a misurare il rapporto tra l'uomo e lo spazio, tra la presenza e l'assenza. Mambor depura la pittura da ogni effusione lirica per restituirle una funzione strutturale: la pittura come dispositivo per imparare a osservare la realtà.
I percorsi espositivi: dall'Italia al panorama internazionale. La traiettoria artistica di Mambor, ben delineata nelle scansioni del libro, ne attesta la statura internazionale. Dalle storiche prime uscite romane (come la collettiva alla Galleria La Tartaruga nel 1960, che segnò un punto di svolta) fino alla partecipazione alle grandi rassegne nazionali come le diverse edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale di Roma, il suo lavoro ha saputo imporsi per coerenza e visione. A livello internazionale, le sue opere hanno attraversato le gallerie e i musei delle grandi capitali europee e americane — da Parigi a Berlino, fino a New York — dimostrando come il suo linguaggio, apparentemente freddo e iconico, contenesse in realtà un'universalità percettiva capace di dialogare con le correnti Concettuali e Minimaliste mondiali, pur mantenendo un'inconfondibile matrice italiana legata al rigore formale e alla memoria visiva.
Tra pittura, cinema e teatro: il corpo come strumento. Un aspetto imprescindibile che Nato re magio mette in luce è la naturale fluidità con cui Mambor ha travalicato i confini disciplinari. Negli anni Sessanta e Settanta, la sua presenza nel cinema (con partecipazioni iconiche come quella ne La dolce vita di Federico Fellini) e soprattutto il suo impegno nel teatro d'avanguardia con il Gruppo Trousse non rappresentano "deviazioni" dalla pittura, bensì il suo naturale prolungamento. Nel lavoro di regista e attore teatrale, Mambor applica le medesime categorie della sua ricerca visiva: il corpo diventa figura, sagoma, misura del luogo; la scena si fa tela tridimensionale. Il teatro è per Mambor lo spazio della relazione diretta, l'esperienza viva in cui l'osservatore smette di essere spettatore passivo e diventa parte integrante dell'opera.
La pittura come centro di gravità. Eppure, nonostante le sperimentazioni performative e sceniche, il focus di Renato Mambor è sempre rimasto indissolubilmente legato all'atto pittorico. Come emerge con forza dal testo, la pittura per Mambor non è mai stata semplice stesura di colore, ma un'esplorazione cognitiva.Tornare alla superficie dipinta, fondamentale nel ciclo degli Evidenziatori così come nelle sue ricerche successive, significa riaffermare il valore della linea e della campitura come gesti di consapevolezza. La sua pittura è un esercizio di pulizia visiva, un modo per estrarre la forma dal caos del mondo. La sagoma umana mamboriana, mai individualizzata ma sempre universale, resta uno dei simboli più potenti dell'arte del nostro tempo: l'uomo che sta nel quadro, che osserva il quadro e che, infine, si fa quadro.
I percorsi espositivi: dall'Italia al panorama internazionale La traiettoria artistica di Mambor, ben delineata nelle scansioni del libro, ne attesta la statura internazionale. Dalle storiche prime uscite romane (come la collettiva alla Galleria La Tartaruga nel 1960 che segnò un punto di svolta) fino alla partecipazione alle grandi rassegne nazionali come le diverse edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale di Roma, il suo lavoro ha saputo imporsi per coerenza e visione. A livello internazionale, le sue opere hanno attraversato le gallerie e i musei delle grandi capitali europee e americane — da Parigi a Berlino, fino a New York — dimostrando come il suo linguaggio, apparentemente freddo e iconico, contenesse in realtà un'universalità percettiva capace di dialogare con le correnti Concettuali e Minimaliste mondiali, pur mantenendo un'inconfondibile matrice italiana legata al rigore formale e alla memoria visiva.
Tra pittura, cinema e teatro: il corpo come strumento. Un aspetto imprescindibile che NATO RE MAGIO mette in luce è la naturale fluidità con cui Mambor ha travalicato i confini disciplinari. Negli anni Sessanta e Settanta, la sua presenza nel cinema con partecipazioni iconiche come quella ne La dolce vita di Federico Fellini e, soprattutto il suo impegno nel teatro d'avanguardia con il Gruppo Trousse non rappresentano "deviazioni" dalla pittura, bensì il suo naturale prolungamento. Nel lavoro di regista e attore teatrale, Mambor applica le medesime categorie della sua ricerca visiva: il corpo diventa figura, sagoma, misura del luogo; la scena si fa tela tridimensionale. Il teatro è per Mambor lo spazio della relazione diretta, l'esperienza viva in cui l'osservatore smette di essere spettatore passivo e diventa parte integrante dell'opera.
Il sodalizio con Patrizia Speciale: l'arte come opera a due voci. Al centro di questo universo concettuale ed estetico vi è l'incontro e la vita vissuta con Patrizia Speciale. Il loro non è stato soltanto un unione affettiva di rara intensità, ma un vero e proprio sodalizio intellettuale e creativo. Patrizia non è stata unicamente la compagna di vita o la Musa ispiratrice: è stata complice, attrice, presenza costante nel lavoro teatrale e nella vita dello studio, specchio critico e custode attenta di ogni intuizione. In NATO RE MAGIO, il racconto del loro amore si intreccia indissolubilmente con la genesi delle opere. È un’alleanza profonda in cui la vita privata e la ricerca artistica si fondono senza soluzione di continuità. La dedizione e la sensibilità con cui Patrizia ha condiviso la traiettoria di Renato si avvertono in ogni pagina, restituendoci l'immagine di un Mambor uomo-artista completo, la cui opera ha potuto nutrirsi di una complicità affettiva e culturale quotidiana.
In conclusione. NATO RE MAGIO si conferma una lettura fondamentale per chiunque voglia comprendere fino in fondo le radici e gli approdi dell'avanguardia italiana. Renato Mambor ci lascia in eredità una lezione imprescindibile: l'arte non serve a decorare il mondo, ma a svegliare la coscienza di chi lo guarda. Una lezione che, grazie alla testimonianza di Patrizia Speciale, continua oggi a parlare con la stessa intatta, straordinaria nitidezza.
Ezia Di Capua
San Terenzo di Lerici, Settembre 2026
Ezia Di Capua è
critico d’arti visive, curatrice di arte contemporanea e operatore
culturale. Dal 2010 è ideatrice , direttrice e curatrice di Sala
CarGià – Galleria d’Arte
a San Terenzo e fondatrice del Sala
CarGià Blog, su cui
cura le apprezzate rubriche "Interviste
dietro al cavalletto"
e "Interviste
dietro al sipario".
Per il suo straordinario e costante contributo alla diffusione
dell'arte nel Golfo dei Poeti, il Sindaco di Lerici le ha conferito
importanti riconoscimenti istituzionali, tra cui un premio di merito
nel 2020 e la Benemerenza civica nel 2026. La sua attività
unisce le arti pittoriche, plastiche e la saggistica alla passione
per il teatro d'opera: Vicepresidente dell'Associazione Coro Lirico
La Spezia, affianca alla carriera di cantante (soprano) quella di
scenografa teatrale e critica operistica, curando anche progetti
internazionali tra Italia e Giappone. Ricercatrice indipendente ed
esperta di semiologia, sta attualmente lavorando a un saggio sulle
incisioni rupestri e sul genio loci dell'Appennino
Tosco-Emiliano.
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| PROGETTO DI PROMOZIONE D'ARTE CULTURA E SPETTACOLO a cura di Ezia Di Capua 2011-2026 |









